Francesco Piccolo è il mio scrittore preferito. Non è il mio unico scrittore preferito, però lo preferisco un sacco. Lo preferisco parecchio e pure spesso, insomma è quasi il mio scrittore preferitissimo. Poi, in questo periodo, c’è pure Antonio Pascale. Tutti e due sono di Caserta (ma non credo sia importante), tutti e due vivono a Roma da sempre (neanche questo è molto importante), e tutti e due hanno più o meno la stessa posizione su passato/presente/futuro (questo è un po’ più importante, perché forse significa che si parlano, si contagiano). Per la verità non è tanto che si occupino di passato/presente/futuro in senso assoluto, o chessò, del concetto agostiniano-hegeliano del tempo e della storia. Loro due si occupano più che altro del tipo di atteggiamento che la sinistra detta “progressista” dimostra nei confronti della dialettica tra passato/presente/futuro. Pascale di solito comincia con gli ogm e poi finisce a dire che il nostro paese è immobile, pesante e arretrato perché quelli di sinistra che si sentono progressisti in realtà non lo sono affatto (e sui temi di cui parla lui, secondo me c’ha ragione). Piccolo invece l’altro giorno se ne è uscito con questo articolo qua, che si intitola La sinistra è come mia zia, e vabbe’, penso che basti già il titolo. Parlava dello strano meccanismo emotivo per cui ai progressisti (o agli ex progressisti?) di sinistra piace molto il film The Artist (un film uscito quest’anno che però è un film muto). Questo film muto parla di un divo del cinema muto che perde fama e ricchezza quando le pellicole passano al sonoro. In poche parole, in questo identificarsi col protagonista di The Artist che si oppone alla nuova tecnologia e cerca disperatamente di mantenere vivo il fascino del film muto a tutti i costi, Francesco Piccolo ci legge una metafora di quello che lui chiama il ceto medio riflessivo. Se prima essere di sinistra significava inseguire le magnifiche sorti e progressive, da un po’ di tempo a questa parte l’atteggiamento prevalente è l’opposto: conservare quanto più possibile lo status quo, preservare l’umanità dalla incombente barbarie. E poi cafudda pesante contro la Mastrocola e Baricco (e un po’ ci ho goduto, la verità). È strano dirlo a proposito di Francesco Piccolo, però in quell’articolo fa confusione (e poi c’è anche una strana acredine, in quell’articolo, che nei libri non gli conosco, non sembra manco lui: sembra Pascale – che l’acredine ce l’ha spesso, e mi piace proprio per questo, solo che lui è Piccolo, non è Pascale, e quindi in quell’articolo sembra che ha sbagliato armadio e si è messo il vestito di un altro). Fa confusione perché prende un sentimento umano (la nostalgia) per un atteggiamento politico. The Artist è un film sentimentale. È quella che con un cliché si definisce un’operazione nostalgia: per celebrare il cinema, sceglie di mostrarci un pezzo di storia del cinema. E sceglie pure bene, perché ci parla di un momento in cui le cose stavano cambiando, quindi un momento interessante. Tutti quanti, conservatori e progressisti, ci identifichiamo col protagonista reazionario del film. Semplicemente perché nei film è normale identificarsi col protagonista (mi sa che quasi tutti i film perseguono esattamente questo scopo). E siccome il protagonista è un nostalgico dei bei tempi del muto, anche noi proviamo nostalgia per i bei tempi del muto. Poi usciamo dal cinema e accendiamo subito l’i-phone. Infatti in questi giorni nelle sale ce n’è anche un altro di film sul cinema muto. Si chiama Hugo Cabret, ed è girato in 3D. Qua si celebra non la nostalgia, ma l’innovazionismo. L’innovazionismo di George Melies, uno che ai tempi dei fratelli Lumiere puntava addirittura a inventare il colore e gli effetti speciali. E puntualmente noi stiamo dalla parte del pioniere. Non è che siamo schizofrenici. È solo che siamo spettatori. E quelli sono film. Stando alla logica di quell’articolo di Piccolo, invece, se io vado al cinema a guardare il film sulla Thatcher e (causa patto narrativo tra me e il regista) mi identifico con le tribolazioni dell’anziana lady di ferro, poi quando esco prendo un manganello e vado ad accoppare i primi minatori in sciopero che trovo.
Un altro motivo di confusione è proprio questa storia della tecnologia e della resistenza che, secondo Francesco Piccolo, il ceto medio riflessivo fa alla tecnologia. Se la piglia con Franzen, scrittore eccelso (io però non sono mai riuscito ad andare oltre pagina sette de Le correzioni) e maitre a penser dei democratici americani, che è un po’ terrorizzato dagli e-book e dall’i-phone e lo dice senza pudore. Ecco, secondo me Franzen è terrorizzato perché ha cinquantatre anni e non sa se potrà starci dietro ancora per molto, a tutte queste diavolerie. Gli scrittori la dicono sempre questa cosa. Carver si prese una segretaria perché voleva una che battesse le sue storie al computer: lui si rifiutava di usarlo. E Piccolo lo sa, c’ha scritto pure un libro sopra. Franzen quindi è terrorizzato dagli e-book e dall’i-phone non perché sia retrogrado, ma semplicemente perché è uno scrittore. Coi suoi vezzi. Ed è uno scrittore coi suoi vezzi che sta invecchiando. Invecchiando si diventa diffidenti verso il nuovo: è un meccanismo umano anche questo (come la nostalgia), e non un’idea politica. Oltretutto provare diffidenza per le novità è abbastanza utile. Almeno quanto lo è provare entusiasmo. Sono due cose necessarie che si devono bilanciare con la testa. Perché dall’entusiasmo viene il coraggio, e dalla diffidenza nasce la prudenza. Non so cosa abbia detto di preciso Franzen sugli e-book e l’i-phone. Però, per esempio, il cellulare è stato una miglioria epocale delle nostre vite. Ma che ci ammazza col cancro al cervello perché lo dobbiamo scoprire dopo vent’anni che lo usiamo? Ecco, forse Franzen voleva dire che certe novità fantastiche si portano dietro dei rischi, e quindi magari, insieme all’entusiasmo, ci vuole un po’ di diffidenza, così da prevedere i possibili effetti negativi e cercare di evitarli. Un i-phone che non mi faccia ammalare di cancro, per esempio, io lo comprerei più volentieri di uno che mi frigge la calotta. Se esce due anni più tardi, pazienza, aspetterò: sono vivo, ho tempo. Io, a istinto, Franzen in questo ceto medio riflessivo passatista e ostile alla tecnologia non ce lo iscriverei. Luddismo, a sinistra, non ne vedo. E manco a destra, per la verità. Anzi, sulla tecnologia sembra si vada d’amore e d’accordo: in parlamento sono tutti là che giocano con l’i-pad. Sul piano personale, sì, vedo gente che pianta goffe tumpulate su tavolette ultrasottili progettate per dita agili, ma non faccio risalire questa goffaggine a un principio politico conservatore. Piccolo invece motiva questa cosa col fatto che la sinistra (italiana) vive un momento di conservatorismo Ma veramente Piccolo non lo sa come mai? Non lo sa cosa succede qui da almeno vent’anni a questa parte? Da almeno vent’anni a questa parte essere di sinistra significa preservare certe conquiste dagli attacchi di chi vuole vanificarle. Costituzione, unità d’Italia e articoli diciotto vari sono minacciati da un finto progressismo di destra, che in realtà mira a restaurare l’ottocento. E forse sì, alla sinistra gli è venuta una specie di callo conservatore, questa idea del dover preservare certi principi gli si è radicata un po’ troppo in profondità e rischia di applicarla anche dove non dovrebbe. Però no, dai, togliere la patente di progressista a uno che si lascia scappare la frase “che bello il fruscìo della carta sfogliando un buon libro dentro un piccolo negozio di quartiere” seguita da un sospiro, oppure per la lacrimuccia al cinema su The Artist, no, non mi pare il caso. Io gliela tolgo se mi vota contro la banda larga gratuita e le lavagne elettroniche nelle scuole. Non se a casa al posto degli mp3 c’ha la collezione di vinili.
Che poi certe cose dovrebbero o sparire o restare come sono, che ad aggiornarle fai solo delle gran porcherie. Per esempio Sanremo.
Sanremo a forza di scaricare update è diventato osceno. Era una serata di canzoni in gara (la gara era un pretesto per sentire le canzoni). Durava il tempo di ascoltare tutte le canzoni, si vestivano tutti eleganti, andavano all’Ariston, si sedevano composti, battevano le mani senza troppo entusiasmo, c’erano i fiori della riviera, la tv che riprendeva tutto, ed era finita là. Poi hanno scaricato il software nuovo ed è diventato un varietà. Con l’aggiornamento successivo è diventato lungo una settimana. Con quello dopo ancora diventerà un reality e chiuderanno tutti dentro i camerini per tre mesi con una webcam che li spia.
Sanremo era una cosa che andava ritualizzata, non aggiornata. Doveva rimanere identica, perché così sarebbe diventata una tradizione. Invece, questa smania di renderlo “moderno”, di attualizzarlo, di costringerlo nei nuovi format che volta a volta sono di moda in tv, lo ha reso un programma (di fango) qualunque. L’ennesimo show trash della televisione italiana. La dico grossa giusto per capirci: non è che quando c’è il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica a qualcuno gli viene in mente di mettere una bionda e una bruna ai due lati della scrivania, o di trasformare il monologo in una discussione a tre con Pupo e Morandi che leggono delle battute strampalate.
Se Sanremo fosse restato quello che era in origine, prima o poi sarebbe diventato un momento istituzionale, e ce l’avremmo fatta: avremmo avuto un rito musicale colletivo, nazionale, popolare. Un po’ come la finale dei mondiali: la guardiamo sempre tutti quanti, eppure si gioca sempre e solo a pallone, non è che l’abbiamo trasformata in uno spettacolo di arte varia. Un festival istituzione sarebbe stato di una noia mortale? È probabile. Però non è che così sia molto divertente: fa abbastanza piangere. Non lo so cosa ne pensa la zia di Francesco Piccolo, non lo so se Antonio Pascale vorrebbe un festival geneticamente modificato. So solo che la mia, di zia, tutte quelle parolacce che hanno detto ieri sera a Sanremo non è che non le dice: manco le conosce. Quindi magari non è progressista. Però è educata. Una gara di canzoni melense o pseudo d’autore potrebbe pure sorbirsela. Questa prosecuzione dei programmi della De Filippi con altri mezzi, no, non ce la fa. Perché sarà pure ceto medio riflessivo, mia zia, però quando vede Celentano se ne accorge subito di stare vedendo uno che già quando canta, canta dei borborigmi, figuriamoci quando parla a ruota libera. Allora spegne la tv e si apre un e-book. Anche se poi, magari dopo un po’ si immalinconisce e a mezza voce mi chiede : che fa, nipote, domani sera mi ci porti al cinema, che c’è quel film con l’attore coi baffetti a manubrio che mi ricorda tanto uno che mi piaceva da giovane? Sì che ti ci porto, zia, che almeno al cinema piangi di nostalgia. E non di disperazione come stasera davanti alla tv.

Ho preso tanti di quegli appunti che non so da che parte cominciare.
Dalla zia di Francesco Piccolo o dalla tua (chi è più progressista?), o da Piccolo e Pascale che si scambiano l’armadio? Dalla metafora sulla Thatcher e i minatori ( grande ) o da diffidenza ed entusiasmo come cose da bilanciare nella testa? Da San Remo reality o momento istituzionale mancato ?
p.s. a me The Artist è piaciuto. Che mi devo preoccupare?
E’ bello sapere che nella mia città ci sono persone che condividono un certo modo di pensare. E anche se non le conosco, mi basta leggere questo blog e i suoi commenti, per sentirmi un pò più fiducioso.
bat
PS
ricordo ancora con nostalgia il Sanremo 2000 con: Carmen Consoli, Subsonica, Max Gazzè…
Reblogged this on i cittadini prima di tutto.
La lavagna elettronica, l’e-book e l’Ipad ve le potete ficcare nel culo