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Archivi del mese: febbraio 2012

Regola numero uno

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Non importa che siate genitori o figli. Non importa che siate mariti, mogli o conviventi. Non importa che siate fratello e sorella, o due fratelli, o due sorelle, o anche più di due, tre, quattro, la famiglia Bradford. Non importa che siate studenti fuorisede che condividono un appartamento. Non importa che siate colleghi in trasferta in un residence pagato dall’azienda. Non importa che abitiate con la vostra anziana madre e la badante che se ne prende cura. Non importa che siate ospiti da un amico. Non importa se per una sola notte o per diversi mesi. Non importa che siate rimasti a dormire dalla zia di Torino perché l’aeroporto era chiuso per nebbia. Non importa che vi siate fermati da uno o da una che avete beccato in discoteca e non sapete manco come si chiama. Non importa che si tratti di una villa elegante o di un’umile baracca. Non importa che siate con gli amici in un bungalow sul mare o con la famiglia di vostro cognato in una baita di montagna. Non importa. Non mi interessa. Non me ne frega niente. C’è una regola inviolabile quando si convive sotto lo stesso tetto. E non ci sono deroghe. Di nessun tipo. In nessuna situazione. Per nessuno. Mai.

Non ti puoi bere QUASI tutto il latte e poi rimettere il cartone nel frigo come se fosse ancora pieno.

Le presuntuose opinioni di un precario digiuno di economia pt I

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Ogni volta che sento qualcuno parlare di lavoro precario mi viene un crampo mentale. A me il lavoro da precario è un concetto che d’istinto non piace, però mettiamo che io fossi uno del governo, che nel lavoro precario ci crede, uno di quelli che lo chiamano flessibilità e vogliono convincere gli altri che è un bene. Se ci credi, vuoi incentivarla, giusto? Ecco, e allora perché non la promuovi? Che ci vuole a renderla bene accetta? Se uno è flessibile lo paghi di più. Basta, hai finito. Bidibibadibibù e via: la flessibilità è diventata una scelta da prendere in considerazione. Sei precario, ok, però guadagni assai: oilà, les jeux sont fait, ecco lo spot per la flessibilità.

Del resto, se sei un militare e stai in caserma prendi uno stipendio. Ma se vai volontario in Iran te lo raddoppiano. Non fa una piega. Chi non risica, non rosica. I precari invece risicano e non rosicano: com’è ‘sto fatto? Oltretutto a pagarli di più non ci vuole niente. Non è neanche necessario chiedere al datore di lavoro di alzare i salari. Basta smettere di fargli rapine in busta paga. Perché i lordi di un precario sarebbero pure dignitosi. Solo che poi da quel lordo ti ci tolgono anche più del quaranta per cento. Gran parte di questo quaranta per cento è dovuto alla contribuzione previdenziale. Ora, se uno paga per la pensione, poi gli tocca la pensione. E invece per un precario no. Tu paghi e pensione niente (mi secca spiegarlo nel dettaglio, ma il meccanismo della contribuzione per un co.co.pro. funziona più o meno in questo modo: tu lavori un anno ma maturi sempre e comunque molto meno di un anno di contribuzione. Problema: se un tuo anno vale qualche mese, quanti secoli dovrai lavorare per raggiungere i quarant’anni  necessari alla pensione?) Quindi tra l’INPS e uno che ti aspetta mentre prelevi al bancomat e poi ti fa lo scippo non c’è nessuna differenza. Allora adesso che cos’è il liberismo te lo spiega un vetero comunista: tu non mi  derubare più e io alla mia pensione ci penso da solo. Lasciameli  dentro la busta paga, quei soldi, anzi magari aggiungici qualcosa, e vedrai che il posto fisso mi comincia a sembrare monotono per davvero.

Fuori da questo argomento non esistono altre ragioni per voler fare i precari, i flessibili, i tubi Innocenti. Fuori da questo argomento sono tutte parole vuote. Fuori da questo argomento non sei il dottor sottile, non sei la destra europea, non sei l’università keynesiana.  Fuori da questo argomento, è meglio se prendi la tessera del PDL, che almeno così sappiamo chi sei veramente.

Meglio se ti stai muto

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Prima una cosa sulla cerimonia. Il meccanismo degli Oscar è uguale a quello degli altri premi: tutti fanno finta di prendere tutto molto sul serio, così quando il mattacchione di turno sale sul palco può fare finta di dissacrare questa cosa che tutti fanno finta di prendere molto sul serio. Se gratti sotto questi strati di ipocrisia glitterata, è un premio aziendale. Un’industria che autopremia i suoi investimenti più grandi. Se non fossero film, belle facce, storie più o meno avvincenti, chi lo guarderebbe un premio aziendale? A qualcuno salterebbe mai in mente di incollarsi allo schermo per vedere Ennio Doris che premia il personal banker dell’anno? Garrone che dà una statuetta al distributore di benzina che ha fatto più pieni? I grandi investimenti cinematografici fanno sempre incetta di oscar perché è necessario che siano ripagati da grandi incassi. La logica di base è tutta qua. Poi ci sono delle sottigliezze: ogni tanto l’Academy fa furbescamente vincere un outsider culoso e recupera il minimo di credibilità che le serve per promuovere i film premiati.

Quest’anno i premi tecnici se li è presi Hugo Cabret e gli altri se li è presi The Artist. Due storie (in particolare la prima) inesistenti, banali, mal raccontate, bucate di qua e di là, ma due film costosi, pieni di effetti, ricostruzioni, costumi.

A voler fare i millenaristi, cinema di sostanza non se ne vede da un pezzo. Quello che vediamo è cinema di forma. E sembra anche che l’unica via consentita per tornare ai film di sostanza sia sempre e comunque attraverso la forma, tipo Shame. Prima preoccuparsi di costruire una scatola bella e attraente, poi semmai pensare a cosa metterci dentro. Pure Woody Allen ha seguito questo principio: voleva girare delle cartoline di Parigi vintage e lo ha fatto. Poi quando aveva un bel po’ di pellicola pronta ha pensato, ora vediamo che storiella scema ci posso incollare sopra. The Artist lo stesso: facciamo un po’ di riprese glamour in bianco e nero, stile film muto. E poi vediamo come tirarci fuori un fotoromanzo. Hugo Cabret lasciamolo stare: parte come una specie di omaggio a George Meliès, poi si si perde nei saloni e nei sottotetti di una stazione in 3d e si dimentica di cosa doveva dire.

È chiaro che la tecnica di questi film, quelli premiati e quelli nominati, è a livelli altissimi, che le immagini sono di una piacevolezza e di una seduzione irresistibile, così come gli attori, che sono quasi sempre fenomeni. Ma cosa recitano? È possibile recitare per il puro piacere estetico degli occhi? Forse il film di Clooney aveva una sceneggiatura solida, una storia e un personaggio da raccontare, e forse pure La Talpa (per chi non si avvilisce a sbrogliare le matasse spy story). E infatti nisba. Troppa complessità, troppo sforzo seguire una trama, una storia, un’idea, un personaggio più sfaccettato. Meglio abbandonarsi alle immagini, alla bellezza, alla sorpresa di un piccione che esce dallo schermo e ti svolazza vicinissimo agli occhi.

In questo senso The Artist  non è affatto un film nostalgico. E non lo è proprio perché è muto. Nell’epoca del touch screen, in cui alle parole si sostituiscono le icone, e dal digitare stringhe di testo si passa a toccare con un dito ciò che si vuole prendere (come i bambini di pochi mesi che toccano e si aspettano che ciò che toccano si metta a suonare e li intrattenga) è normale che i film regrediscano anche loro verso una fase pre-verbale, in cui il piacere delle immagini prevalga sullo scrypt, sulle battute, sul racconto. L’unica cosa che si chiede a un film comincia a somigliare molto all’unica cosa che si chiede alla rete: che non interrompa mai il flusso di navigazione. Scorri, dimmi quello che ti pare, anzi, guarda, non mi dire niente, basta che non crashi, che non ti impalli, che non ti arresti.

The Artist  è allora il film più contemporaneo di questi ultimi anni: icone, immagini, a raccontare una storia senza parole e in versione flusso visivo. È  molto più avveniristico di Hugo Cabret. Il film di Scorsese la modernità la insegue aggiornando le tecnologie e usandole per il gusto di usarle (così come noi usiamo l’ i-pad, che è un computer – però con una forma nuova, a vassoietto per il caffè – che fa le stesse cose – anzi ne fa pure molte meno – di un computer vecchio) senza che queste aiutino a dire cose che con le vecchie tecnologie non si potessero dire. Si limita a questo: cambia senza cambiare. Un giornale cartaceo che passa on line. The Artist è più moderno perché azzera il linguaggio: le immagini scorrono e non c’è neanche bisogno che raccontino niente, perché la storia la sappiamo già prima di sederci in poltrona.

Ecco che allora Hugo Cabret  è un film Microsoft – una cosa bella che non funziona- e The Artist è un film Apple – una cosa bella che non serve a un cazzo. Hugo Cabretun film con ancora le parole e la storia (anche se brutte e approssimative) è un film – blog: c’è un testo, sciatto e trascurato almeno quanto lo sono i miei post, incorniciato da un frame ultramoderno, digitale. The Artist invece, un film senza parole e tutto di figure, è un film tumblr.

Con buona pace di Francesco Piccolo, che come molti di noi continua a leggere i film come se fossero storie e pensa che gli spettatori li giudichino per i contenuti di queste, non è più così. I film sono diventati un’altra cosa, più liquida, con la trama che è un mero pretesto per navigare velocemente tra un’inquadratura e un’altra: se anche mi distraggo, non è importante. La sceneggiatura può essere piena di buchi (Hugo Cabret), oppure scontata e retriva (The Artist), perché tanto non le prestiamo nessuna attenzione. E in questo senso The Artist è un film pionieristico. Perché ci sta anche che il filone del muto non si esaurisca qui. Potrebbe davvero fare tendenza.

Un attimo per cortesia: c’è un intervento dal pubblico in sala

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Quando parlano quelli noiosi devi fare uno sforzo. Cioè non è giusto che ti distrai subito, che ti metti a sbadigliare, ti innervosisci, cominci a smaniare, vai nel pallone e ogni due secondi controlli il cellulare per vedere che ora è e l’orologio per vedere se ti sono arrivati sms. Gli devi comunque concedere una possibilità. Glielo devi perché spesso quelli noiosi fanno tutto con grande scrupolo, c’hanno perso un sacco di tempo, il discorso se lo sono scritto, stampato, controllato venti volte, corretto, ricorretto, e anche se è lunghissimo (e adesso che lo stanno leggendo se ne stando accorgendo pure loro) sono stati attenti a rispettare tutte le concatenazioni logiche, i passaggi obbligati, le inferenze, le deduzioni, le induzioni, e ti stanno accompagnando dove volevano arrivare tenendoti per mano. Quelli noiosi ti vogliono sempre fare attraversare la strada. Tu sei il nipotino di otto anni e loro sono i nonni, che se ti lasciano la mano e i tuoi genitori scoprono che hai attraversato da solo s’arrabbiano da morire. Quindi sentono tanto questa responsabilità di non mollarti manco un attimo, ti stringono che quasi ti fanno male, e un poco ti soffocano, ti rallentano, che se non fosse per loro magari staresti già sull’altro marciapiede a fare lo scivolo al parco. D’altronde, a quelli noiosi, con tutti i loro passi uno dietro l’altro, in sequenza, in modo che proprio sia impossibile che ci si perda, il nipotino glielo affidano apposta perché sono prudenti, seri, collaudati, il percorso non lo cambiano mai e hanno già traghettato dall’altra parte della strada prima i figli e poi i nipoti più grandi di te. Quindi l’attenzione gliela devi, la mano te la devi fare prendere, devi aspettare con calma che non passino macchine e che loro piano piano, in totale sicurezza, ti spieghino nel dettaglio, ti accompagnino dall’altra parte. Ti garantiscono due cose: che dove ti vogliono portare ci arrivi sano e salvo e che non ti divertirai neanche un po’ lungo il tragitto. E infatti tu la mano non vedi l’ora di lasciargliela. Perché in quel momento vincono i tuoi otto anni e non resisti, ti piacerebbe molto di più correre e saltellare da qua a là che attraversare la strada nel modo in cui è giusto attraversare le strade. Allora mentre uno di quelli noiosi sta parlando, proprio in uno di quei momenti – e sono tanti – in cui pronuncia la parola egli (quelli noiosi dicono quasi sempre egli al posto di lui, non lo so perché, però è uno dei loro due tratti distintivi, l’altro è che sono noiosi) tu vorresti alzarti in piedi e interrompere la conferenza, il dibattito, la presentazione, quello che è, salire sopra la sedia e dire col tono dispettoso dei nipotini: scusa un attimo, nonno, ma non lo vedi che qua la platea c’ha otto anni? Non ci spiegare tutto per forza. Certe cose ci piace anche non saperle, perché così al posto di saperle ce le immaginiamo. Ecco, tu non ci dire proprio tutto, che c’annoiamo. Saltalo qualche passaggio, che così lo dobbiamo ricostruire, e a noi nipotini smontare e rimontare il lego ci piace un sacco. Ogni tanto bendaci e facci fare una giravolta, così non capiamo più dove siamo. E ogni tanto gioca pure a nascondino, quel tanto che basta a farci prendere uno spavento, a farci credere per qualche secondo che ti abbiamo perso, che ci hai lasciato da soli in mezzo alla strada. E poi, giusto un attimo prima che ci mettiamo a piangere, ritorna. Perché a quel punto la tua mano non ci saprà più di catena, e non è solo che ce la lasceremo prendere volentieri, la cercheremo proprio, e ti tireremo pure il cappotto se non ce la dai. Ora ricomincia, avanti, io mi siedo di nuovo, noi, anche se mamma e papà non ci sono, stiamo buoni, promesso. Sta a te lasciarci fare qualche monelleria.

Love, actually?

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Entrare in libreria quando già stai leggendo un libro che ti prende assai, è pure più bello di quando ci entri perché devi decidere cosa leggere. Sei sicuro che quello che c’è sugli scaffali, sul bancone delle novità, tra le ceste dei metà prezzo, ti interessa fino a un certo punto. Passeggi là, in mezzo alla carta, e ti giri lo stesso ogni tre secondi a guardare tutte le copertine, a scorrere le alette, a controllare se costa troppo e se magari da qualche parte c’è pure il tascabile, che un po’ si risparmia. Ma così, tanto per. Il fascino degli altri libri, dei libri che non sono quello che stai leggendo a casa, lo vedi, lo senti. Però non lo subisci. È come se ti sei fatto zito da neanche una settimana e un amico ti porta a una festa dove c’è un sacco di pelo. Sì, di guardarle le guardi lo stesso, però come da lontano: va bene, è vero, quella là è proprio carina, vediamo se per caso si gira un attimo, uhm, sì, vero, bello culo ha, le cose giuste, però niente, non m’avvicino, non mi va, non mi interessa, anzi aspetta un attimo che esco in balcone  e mando un messaggio alla mia zita. Vale la stessa legge che vale per gli zitaggi: i libri, appena sanno che ti sei fatto zito, ti saltano addosso. La settimana scorsa eri single, non sapevi che leggere, e cercavi questo o quel titolo, e non ne trovavi neanche uno. Tutti già venduti, oppure da ordinare, te ne tornavi a casa più scapolo di quando eri uscito. Poi ti innamori seriamente e tutte le edizioni che ti interessavano sono in offerta speciale. Oppure sono arrivate le novità che ti eri ripromesso di comprare subito, non appena fossero uscite, e adesso il librario ti sta inseguendo perché te le ha messe da parte, tu entri e lui ti dice guarda qua, ci sono tutti quei titoli che mi avevi ordinato, scegliti quello che vuoi, anzi portateli tutti a casa, poi me li paghi con calma la prossima volta, non ti preoccupare. Ma tu non ne vuoi manco uno. Tu vuoi tornare a casa a metterti a leggere quello che stavi leggendo prima di uscire. Ci sei entrato per abitudine, perché ci vai spesso, ci passi il tempo, ti piace il posto, sei amico del libraio e con lui ci parli di libri come con l’amico della festa ci parli di femmine. Però sai che oggi no, non comprerai niente. È ovvio che quando scatta questo meccanismo la storia tra te e il libro è di quelle serie. Spesso non riguarda un libro solo, ma un autore intero, la sua opera omnia. Non è una di quelle cose che leggi in treno e poi ti dimentichi sul sedile, o che lasci a metà sapendo che non la riprenderai mai più. Non è una cotta da festa di primavera in terrazza, di quelle che appena lei ti da il numero di telefono già ha smesso di interessarti e manco la chiamerai mai. No, questo libro, questo autore, più che leggertelo te lo vuoi proprio studiare. E allora andare in libreria è un modo per avere la misura di quanto sei stato fortunato a incontrare proprio lui. Potevi finire con uno di questi libri qua, con la copertina tutta lucida e la fascetta gialla che dice che ha vinto un premio importante, e che poi lo apri, lo cominci a leggere e ti fa lo stesso effetto deludente di quando Miss Italia apre la bocca e comincia a parlare. Hai trovato quello giusto, e ora che sei qua in libreria ne sei sicuro, più sicuro di prima, che è quello giusto. E la dimostrazione è che lo hai trovato per caso, mentre ne stavi cercando un altro. Ti eri ostinato a volere leggere a tutti i costi quella cosa che ti avevano consigliato, che ti avevano detto “non puoi non leggerla”, ed eri là che vedevi se per caso ne era rimasta una copia. Poi, siccome sei goffo e ti muovi come un elefante in una cristalleria, siccome con le ragazze non ci sai fare per niente, sei imbranato, ti sei girato di scatto e ne hai fatto a cadere a terra uno che era messo mezzo in bilico. Lo hai raccolto, gli hai chiesto scusa e vi siete guardati negli occhi come nei film con Hugh Grant e Julia Roberts, uno qualunque, ca sù tutti i stissi. Non ne avevi mai sentito parlare, mai visto prima, però ora non gli riesci a staccare le mani di dosso. Ci metti tre secondi a decidere che te lo porterai a casa stretto sotto al braccio come i padri portano le spose all’altare, e che quei tre secondi in cui lui sarà in mano al cassiere sarai geloso da morire e non vedrai l’ora che te lo ridia. Mentre sei a casa e leggi le prime pagine gli fai promesse solenni: io ti leggerò tutto, e quando avrò finito di leggerti, ti rileggerò da capo, e quando avrò finito di leggerti la seconda e la terza volta, ti terrò qua, sul comodino, e ti leggerò a sbalzi, a pezzetti, a brani, ti farò le orecchie nei punti in cui mi piaci di più, imparerò a memoria certe tue parti, e dopo un po’ di tempo criticherò i tuoi punti deboli, vedrò anche i tuoi difetti, e forse ci sarà un periodo in cui mi piacerai di meno, sarò un po’ deluso, capirò quello che non avevo capito leggendoti le prime volte, mi arrabbierò e mi pentirò di non averle viste subito certe debolezze. Però lo so già adesso, ne sono già sicuro, che ti terrò comunque qua sopra, che a forza di leggere quei pezzi che non mi piacciono, scoprirò che sono tuoi anche quelli, e  alla fine mi renderò conto che sono necessari quanto lo sono i tuoi pregi, perché li fanno risaltare meglio, perché è la loro combinazione a farti unico. E allora ti presenterò agli amici, li inviterò a leggere i passi più belli, tutto orgoglioso di essere stato io scoprirti, di essere stato a io ad accorgermi della tua bellezza, che a quelli di Miss Italia era sfuggita perché hanno gusti dozzinali, pacchiani, oppure canonici, basati sul 90-60-90, invece tu eri diverso, avevi poche pagine, oppure ne avevi troppe, la tua trama era particolare, sfuggente, oppure non ce l’avevi neanche una trama, però io l’ho vista lo stesso e adesso ti porto alle feste e lascio che anche gli altri ti ammirino, si rendano conto di quanto vali, di quanto erano stati ciechi a non notarti, e ora che ti notano mi dispiace, s’attaccano, è troppo tardi, potete accupare, ormai sei mio e ci resti. Perché gli altri forse, domani, ti leggeranno anche loro, però ti avranno conosciuto tramite me, e noi due adesso siamo associati per sempre, libro e lettore, verremo in mente a tutti contemporaneamente, insieme, come Vianello e la Mondaini, che nomini uno e ti compare davanti agli occhi pure l’altra. Ormai non ci separiamo più, ci tradiremo forse, ma vivremo insieme lo stesso, e chi ci farà da amante saprà già che è solo un’avventura, che poi comunque insieme a loro non ci dormiremo mai, che torneremo a casa, letto e comodino, e ci perdoneremo, e spegneremo la luce e ci ricorderemo del giorno che ci siamo incontrati per caso, in libreria, e allora, dopo tanto tempo che non lo facevamo più, io ti rileggerò di nuovo per intero, tutto da capo, e mi sembrerai un altro pur essendo sempre quello di prima. Ti rileggerò tutto d’un fiato, tutto in una notte, e poi, quando è giorno, sarà tutto come sempre, come se non fosse successo mai niente. Perché incontrarti mi ha cambiato, e tu puoi pure fare le valigie e andartene a stare da tua madre, ma io non sono più lo stesso, averti letto così tante volte mi ha innestato dentro idee, pensieri che prima non avevo e che ora invece c’ho, fanno parte di me. E questa cosa, almeno questa, sì, è per sempre.

Il carretto passava pt III: pubalgia

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Io alla depressione ci penso un sacco. Mi do tutta una serie di spiegazioni, e siccome me le do da solo (ho provato a leggere testi sulla depressione, ma mi deprimevo), mi ricavo una specie di eziologia ad personam, su misura per me. Poi, sempre per quella storia della presunzione che non riesco a evitare, generalizzo, coinvolgo tutta l’umanità, trascino dentro al mio quadro clinico tutto l’universo.

Ecco, già a definirmi depresso compio un errore diagnostico, perché parecchi dei sintomi, quantomeno al momento, non ce li ho. Io più o meno ho una pubalgia e basta. Dice: ma che c’entra. Eh, c’entra, c’entra. La pubalgia è una infiammazione dei fasci muscolari che attraversano il pube (praticamente metà di quelli che abbiamo in corpo). Ti viene dolore quasi ovunque: schiena, interno coscia, polpaccio, inguine, addome, piedi. Con la depressione c’entra perché se c’hai la pubalgia non puoi correre. Se non puoi correre, dopo un po’ smetti di secernere quelle endorfine che prima secernevi tutti i giorni a causa della corsa. Quindi va bene, depresso magari no, però un poco meno felice di prima sì. Oltretutto, pure se stai attento, dopo un mesetto cominci a ingrassare. Quindi sei più cicciottello e meno endorfinico di prima. E la cosa si aggrava. Questo fatto di essere vagamente depresso, cioè più o meno con i sintomi della depressione, però così blandi che quasi non ti accorgi di esserlo, ti offre un punto di vista privilegiato da cui osservare la depressione: sei mezzo dentro e mezzo fuori, coinvolto ma ancora lucido. Insomma, ti puoi permettere di sparare minchiate sulla depressione con un minimo di cognizione di causa e non sei così depresso da dire no, dai, non mi va di sparare di minchiate.  Perché quando uno è depresso – cioè veramente depresso- c’è una perdita di senso generalizzata, che investe tutte le attività, non importa quali. Qualunque cosa la vita o il prossimo ti propongano di fare, tu pensi: no, vabbe’, mi secca, che lo faccio a fare, non ci provo nessuna soddisfazione a farla. Il vero clou della depressione non è tanto l’avere in testa pensieri negativi, pessimismo, o un orizzonte nero, ma più che altro questo fatto che ti viene meno la molla, l’innesco per fare le cose. Ti sembra che a fare questo o quello non ci sarà nessun piacere e che dunque è inutile cimentarsi con le attività da cui, prima di essere depresso, traevi godimento. Detta così non sembra neanche una malattia, ma il semplice sciass che abbiamo a Siracusa. Facciamo un esempio più concreto: mangiare. Se non sei depresso l’idea di calarti un pezzo di sfoglia di Astone ti produce salivazione all’istante. Lo riscrivo in neretto: l’idea che ti calerai un pezzo di sfoglia di Astone ti fa salivare. (Astone perché non esiste altra sfoglia prosciutto e formaggio all’infuori di Astone. Le altre sono piene di olio, untuose, con la spalla al posto del prosciutto, il bordo che appena si raffredda lo usi come fermacarte, il formaggio Bigbabol e una cottura che ricorda il carbon fossile. Quella di Astone invece è morbida ma non fa intingolo, la doratura è a 24 carati, si digerisce in massimo sei-sette rutti, e  gli ingredienti sono amalgamati così bene che il prosciutto sa di formaggio e il formaggio sa di prosciutto). Non è l’azione di mangiare la sfoglia che ti mette in moto, ma il proponimento di mangiare la sfoglia a farti uscire da casa, prendere il numeretto all’eliminacode e aspettare con pazienza che quello prima di te si spazzoli tutto il bancone mentre tu resti là un’altra mezz’ora fino a quando non arrivano le teglie nuove.

L’idea di fare qualcosa che farà godere, mette in moto, dà l’abbrivio alla catena di azioni che poi, alla fine, condurranno al pezzo di sfoglia. È la vecchia storiella del sabato del villaggio, il godimento è tutto nel figurarsi il godimento. Però se manca questa prefigurazione del godimento, tu resti immobile. Non trovi motivo per agire. Sei malato, sei depresso, hai un guasto. È come se la macchina funzionasse, ma il motorino d’avviamento fosse rotto, la batteria fosse scarica, tu giri la chiave, una, due, tre, quattro, dieci volte e niente, non succede niente, non parti, resti parcheggiato.

Una delle prima cose che i depressi pensano quando versano in questo stato di parcheggio a oltranza è che questa incapacità di partire derivi dalla noia, dalla monotonia, dalla ripetizione. Ho mangiato troppe volte quella sfoglia, conosco a memoria il sapore, il colore, l’odore, non mi fa più nessun effetto, chi me lo fa fare ad andare fino al panificio per l’ennesima volta, che godimento potrà mai esserci, dopo tante sfoglie, a mettere in bocca l’ennesima sfoglia? Ecco, qua si torna all’argomento degli altri due post (questo e soprattutto questo). Qua io comincio a delirare, a generalizzare, a uscire da me e a investire tutti gli altri, e a pensare che il nostro mondo c’ha la pubalgia. Siamo più o meno tutti mezzi depressi, semi catatonici, coi desideri anestetizzati dalla convinzione che per desiderare, per tornare a desiderare ci servano nuovi desideri, in quantità maggiori. Se Astone cambiasse sfoglia, se potessi andarmela a mangiare sulla Fifth Avenue di Manhattan anziché al viale Tica, magari mi rimetterei in moto, riuscirei a partire, mi alzerei da questo divano, guarirei da questa malattia. E allora giochiamo al rilancio. E allora vai col porno, col Magnum, con le torte al cioccolato che al posto di averne solo uno, di strati ne hanno sette, vai con la dose multipla, vai con la sommatoria dei piaceri e il loro consumo parallelo (sesso, cibo, tutto insieme), vai con la crapula continua, perenne, spasmodica, vai, insisti, gira la chiavetta, rigirala di nuovo, girala più forte, rischia pure che si spezzi, anzi no, scendi, dammi una spinta, aiutami a prendere la discesa, e poi metti la seconda fino a quando, in un modo o nell’altro, questa macchina non parte, e dopo che è partita non la spegnere più, tienila sempre accesa, perché se la fermi poi rimetterla in moto è una parola, lasciala al minimo, e ogni tanto poi pesta sull’acceleratore, alza i giri, mettile benzina, ancora e ancora e ancora.

I miei ricordi di filosofia sono molto confusi (dopo l’università ho smesso di leggere i filosofi e ho letto solo neuroscienziati. Ora  sono passato allo stadio superiore e leggo solo “Chi” e “Alè leoni”) però questa cosa dei desideri inceppati di fronte al ripetersi coattivo della vita mi fa tornare in mente Nietzsche. Nietzsche era la versione combattiva del depresso, il rovescio della medaglia di Leopardi. Quello si struggeva, l’altro s’incazzava. A Recanati la vita doveva essere una palla più o meno come a Siracusa, e forse la sfoglia non era manco buona come quella di Astone. E forse pure in Engadina, con tutte quelle mucche, la cioccolata milka, l’aria buona, quello che vuoi, però me l’immagino quanto dovevano essere divertenti i sabato sera, con Cosima che gliela  faceva ciarare e lui che alla fine alliccava la sarda. Allora Nietzsche ti dice che la potenza di un individuo la puoi misurare sulla sua capacità di desiderare. E non di desiderare in generale, di farsi innescare il desiderio dalle novità, dalle cose mai sperimentate, no, troppo facile. Tu la volontà di potenza, quella vera, la forza vitale autentica ce l’hai quando hai questa capacità eroica di desiderare l’Eterno Ritorno. Se sei capace di provare il desiderio di rifare da capo, ogni giorno, la vita deprimente che stai facendo, nel suo riproporsi identica a se stessa, con gli stessi desideri di sempre, allora hai qualche speranza di riuscire a campare in mezzo alla decadenza. Perché tutto intorno c’è la decadenza, ma tu non ti devi dispiacere della decadenza, la devi volere la decadenza, la devi desiderare la decadenza, perché bisogna tramontare. Quindi vanno bene i Magnum, va bene la sette veli, va bene fare l’amore con il sapore, desiderare ciò che è ritenuto desiderabile e anche quello che non lo è, basta solo non perderlo, il desiderio di desiderare, non smarrire mai la forza di dire così è perché così io desiderai che fosse, volere il riproporsi identico degli eventi e volere che sempre si ripropongano e sempre io li desideri, perché così si è vivi.

Questo tenere la fiamma sempre accesa, il fornello al minimo senza spegnerlo mai, lo stiamo ottenendo così, con una specie di sinestesia del desiderio, dove piaceri di tipo diverso (sensoriale, intellettuale, corporeo) sono tutti mischiati come biscotti in una zuppa di latte. A giochi senza frontiere a volte c’era questa piscina con delle specie di isolette galleggianti e i concorrenti dovevano saltare dall’una all’altra senza cadere a mollo. L’acqua però le spostava di continuo, e a volte, dopo due o tre salti andati a segno, il concorrente restava fermo, bloccato su una delle isolette. Secondo me questo c’entra qualcosa. Però adesso non mi va di pensarci. Mi va  un po’ di sfoglia.

Amici mai

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Mettiamo che io sia un insegnante. E mettiamo che abbia un telefono. Fisso, cellulare, quello che è. Mettiamo che io questo telefono lo usi per fare gli scherzi ai miei studenti. Metto la modalità numero criptato e poi gli mando una serie di sms con scritto: “Scecco”. “Bestia”. “Animale”. “Quadrupede”. Mi sa che sono un insegnante di quelli immaturi, giusto? Di quelli che hanno abbassato troppo il filtro (nel gergo degli insegnanti si dice così: il filtro è l’intercapedine tra te e gli studenti. Se ce l’hai troppo alto, sei rigido -strict-, se ce l’hai troppo basso, sei compagnone -buddy-, e in entrambi i casi non va bene). Ora paventiamo uno scenario ancora più grave. Io sono sempre l’insegnante di prima. E ho sempre lo stesso telefono. Mettiamo che con questo telefono ci chiamo le studentesse. La notte. Metto la modalità numero criptato e mi metto ad ansimare forte nella cornetta. Mi sa che sono un insegnante di quelli maniaci, giusto? Di quelli che il filtro ce l’hanno talmente basso che per compensarlo gli si alza un’altra cosa. Benissimo. Andiamo avanti. Facciamo un caso ancora più radicale. Io sono sempre un insegnante (mi piace averci il posto fisso, sono monotono). Stavolta però sono senza telefono. C’ho solo gli indirizzi dei mie studenti. Li ho presi in segreteria. Ritaglio dei giornali e mi metto a mandargli lettere anonime (per essere sicuro che non sospettino di me stavolta ci scrivo un generico “Suca”). Anzi no, compro una di quelle cartoline oscene che si trovano nei negozi di souvenir, la imbuco in una cassetta lontana da casa mia e la mando a un mio studente. Anche qua mi sa che sono un insegnante di quelli che mischino chi se lo ritrova in classe, giusto?

Tutte queste cose, però, io le posso fare tranquillamente.Posso chiamare, spedire sms o lettere o cartoline. Anonime come firmate. Non me lo vieta nessuno. Se mi va, lo faccio anche ora.

Invece se io sono un insegnante non posso avere i miei studenti come amici su facebook. C’è una circolare che dice proprio: no, facebook no. Stalkali come ti pare, oppure fatti stalkare come ti pare, basta che non lo fai su facebook.

Ecco, questa è una di quelle cose passatiste e antimoderne, di quelle  da ceto medio riflessivo di cui si è parlato a proposito di Francesco Piccolo e di La sinistra è come mia zia.

Facebook sconta un pregiudizio antimoderno enorme. Chi fa le circolari o non ne sa niente o è ostile alla cosa in sé, non al suo utilizzo. E lo è perché è una cosa nuova e basta (che poi ormai nuova non lo è neanche più). Circolari di questo tipo si scrivono perché chi le scrive c’ha un cellulare in tasca, lo sa usare e non gli fa paura, sa anche come si manda una lettera o una cartolina e quindi non ha paura della posta. Però dimestichezza con facebook non ne ha e quindi pensa che sia pericoloso, che faccia prendere al rapporto studente-professore una brutta china. Se invece ne avesse dimestichezza, capirebbe che facebook (specie per i ragazzi) è come un telefono. Come una cartolina. Ci puoi fare tante cose, ne puoi fare usi sani e usi insani, esattamente come la carta da lettera o gli sms. Uno dei mezzi a disposizione per parlarsi e dirsi qualcosa è facebook. Per chi fa le circolari scolastiche invece è  per i picciriddi. O per i pedofili. Quindi se tu lo usi o sei un insegnante immaturo che si degrada a compagnetto di banco dei suoi studenti, oppure sei un maniaco sessuale. In questo pregiudizio c’è molto passatismo. In pratica l’equazione del preside di quella circolare è questa: facebook lo usano o i giovani o  i giovanilisti = se usi facebook o sei giovane o sei giovanilista. Ergo sei poco serio. E lo sei perché usi un sito web. Ergo usare siti web è poco serio, ergo  nuovo è peggio del vecchio, il futuro che ci aspetta è una merda e il presente comincia già a esserlo. Una posizione reazionaria.

Questa circolare che proibiva l’amicizia tra studenti e professori ha cominciato a girare in una scuola ligure, a dicembre dell’anno scorso. In America invece è cosa vecchia di almeno un lustro, forse pure di più. Però vabbe’, così sembro Severgnini dei poveri e mi sto sul culo da solo. In America, prima che tu metta piede dentro un aula, ti mandano una cosa a metà fra l’ultimatum e il mandato di comparizione. Si chiama Student’s Handbook, ed è, stringi stringi,un vademecum studente-professore. Un codice di comportamento da tenere dentro e fuori dalla classe. Lo leggi e ti paralizzi. Se per caso uno studente in classe alza la mano e ti fa una domanda qualsiasi ti viene da rispondere che intendi avvalerti del quinto emendamento. Non dirò niente se non in presenza del mio avvocato. Tra le varie cose che non puoi fare, ovviamente, c’è anche fare amicizia con gli studenti su facebook. Però è diverso. Loro hanno pure ragione. Hanno tutto il diritto di dirti che non lo puoi fare. Perché lì la cosa ha una sua coerenza. La coerenza viene dal fatto che quelli sono quaccheri. E lo sono in tutto. Gli americani scrivono regolamenti interni per qualunque cosa, pure su come devi buttare la chewing gum nel cestino (sempre che il regolamento preveda le chewing gum e i cestini). E allora niente facebook. E neanche pizze, pizzette e pizzate con la classe. E neanche telefonate, pacche sulle spalle, complimenti, sarcasmo. Niente. Il legislatore americano pretende che tu sia neutro e imparziale, sempre e comunque, che non mischi mai i ruoli, che il privato resti privato e col pubblico non c’entri niente. Ovviamente è un’ipocrisia. È puritanesimo bello e buono, oltre a essere una cosa impossibile (se concepita in modo così radicale: un rapporto, in classe, ci vuole, questo lo sa chiunque ci abbia mai messo piede). Che cos’è il puritanesimo? Il puritanesimo è  gridare allo scandalo per la Lewinski e  fare finta di niente sui contatti tra Bush e Bin Laden. Però quantomeno il puritanesimo, almeno quello, almeno come atteggiamento culturale, in America vale per tutto: per l’antico (il telefono) e per il moderno (facebook). Per il Presidente e per l’insegnante. Per la casa bianca e per la scuola. Qua se io faccio amicizia su facebook con una studentessa rischio il licenziamento. Però il presidente del consiglio alle feste delle studentesse ci va in elicottero e se le porta pure in camera da letto ad Arcore. E nessuno che abbia fatto una circolare.

Il punto fondamentale nei regolamenti è la coerenza. Perché una delle cose su cui gli americani sono attentissimi nel fare i regolamenti è essere sicuri che non contengano pregiudizi. Di nessun tipo. Vietare che tra studenti e professori ci sia promiscuità ha un senso, specie dove ci sono minorenni. La demonizzazione di un social network come se fosse l’unico capace di creare promiscuità invece no, no ne ha. È pregiudiziale. È retriva. Arcaica. Facebook favorisce la promiscuità tra professori e alunni tanto quanto i coltelli da cucina favoriscono gli omicidi domestici. È un mezzo non è un fine. Lo posso usare per dire attenzione che la lezione di domani è rinviata. Oppure per metterci una foto di me che prendo il sole come mamma mi ha fatto in un campo di nudisti.

Infatti l’argomento forte per proibire facebook tra studenti e professori non è l’abbassarsi del filtro. È un altro. E cioè è quello americano. Loro la chiamano TMI (un acronimo per too much information- sapere troppo di qualcuno, anche quello che non si vuole sapere). Io, insegnante amico su facebook degli studenti, ho un surplus di autorità telematica. Posso cioè esercitare un controllo su loro, i loro comportamenti e le loro opinioni anche fuori dalla scuola. È come se mi lasciassero il loro diario aperto sotto al naso e mi dicessero: leggilo quando ti pare. Potrei scoprire che bevono e si impasticcano. Potrei scoprire che mi insultano pesantemente. Che mi maledicono. Che domani hanno deciso di caliarsela. Che a mettere la naftalina nel cesso della scuola sono stati loro apposta per fare sciopero. Insomma, li posso spiare e poi usare a scuola quelle informazioni su di loro che se non avessi a disposizione facebook non potrei conoscere. È un po’, per restare in metafora, come mettergli sotto controllo il telefono (anche se non è manco vero, perché lo studente lo sa benissimo come escludermi e non farmi venire a sapere ciò che non vuole che io sappia, ma vabbe’, lasciamo stare): un abuso di autorità, una violazione della privacy.

Più che un manuale dettagliato su come ci si deve comportare in classe, caso per caso, ci vorrebbe che dal ministero, al posto di fare SISSIS e TFA dove ridai per l’ennesima volta gli stessi esami che hai già dato all’università, facessero una settimana (basterebbe una settimana) di formazione vera su come si sta in classe. Ribadendo principi di buon senso: hai un ruolo, e sei lì per svolgerlo. Non sei là per cazzeggiare con i ragazzi, anche se a volte può essere utile  farlo –  se dietro c’è uno scopo didattico, conoscitivo, culturale. Sei là per insegnargli qualcosa, e gliela puoi insegnare perché tu sei adulto e loro ragazzi, quindi comportati da adulto. Gli adulti scherzano. Si divertono. Vanno su facebook, su twitter, al cinema. Vivono, insomma. E vivere non è ancora una cosa su cui prendere provvedimenti disciplinari.

Trasuti e sciuti (fenomenologia della pioggia a Siracusa)

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Il siracusano della pioggia non se ne capacita. Una delle domande che più di frequente ci rivolgiamo tra noi durante una giornata di pioggia è: ma com’è possibile? Prevale questo misto di incredulità e di panico, una specie di cocktail tra paura e stupore. Lo stupore predomina nella fase iniziale, la paura subentra in un secondo momento. Non appena cadono le prime gocce la reazione istintiva non è prendere l’ombrello, ma domandarsi come sia potuto succedere (Ma che fa, piove? Cose da pazzi. Talé ri acqua ca sta carennu. Ma lo stai vedendo che cosa c’è fuori? Sì, lo sto vedendo che cosa c’è fuori: è un fenomeno naturale piuttosto comune all’interno della troposfera, si chiama precipitazione, è dovuto alle nubi, ed è frequente nella stagione autunnale, in quella invernale e anche in certe porzioni di quella estiva. L’esposizione al fenomeno può risultare fastidiosa – ci si bagna -, tuttavia non è letale – non si muore. Grazie alle precipitazioni, inoltre, si scongiurano cataclismi quali la siccità, il prosciugarsi dei fiumi, la diminuzione delle maree e la morte per freddo dell’universo. Un tempo si temevano i tuoni e si attribuivano i fulmini alle ire di un Dio pagano vendicativo, oggi si rivolgono improperi all’indirizzo del colonnello Giuliacci. La cosa potrà anche sorprendere, eppure non v’è ragione di ritenere che quella odierna sia la prima precipitazione cui la nostra cittadina assiste nell’arco della sua storia millenaria. Fonti storiche attendibili confermano che pioveva già prima del martirio di Santa Lucia, pioveva ai tempi dei greci e dei romani, e pioveva anche durante il paleozoico – lo si evince da graffitti rinvenuti nella rutta ei ciauli, che ritraggono due siracusani intenti a ripararsi con una pala di figurinie – e che dovevano essere siracusani lo si presume dalle espressioni basite. Nulla, inoltre, lascia prevedere che queste siano le ultime piogge cui assistiamo, e con buona probabilità continuerà a piovere anche tra qualche eone, quando il teatro comunale verrà riaperto e la Catania – Gela sarà completata). Subito dopo scatta la paura. Che ha come conseguenza paradossale l’esodo di massa. Per i siracusani, infatti, durante un temporale il luogo più sicuro non è affatto la casa. È la macchina. Interpretiamo la pioggia come una specie di terremoto: se piove, bisogna scappare. Cadono due gocce e noi saltiamo tutti a bordo (e non so perché, ma tutti in direzione di via Costanza Bruno) e corriamo a intasare il traffico. Se piove usciamo tutti, anche quelli che non ne avrebbero motivo. La paura ci catapulta fuori. Forse sarà che a casa ci sentiremmo soli e indifesi, e di affrontare uno contro uno il nostro terrore non ce la sentiamo. Così ci scegliamo un semaforo incasinato e ce ne stiamo tutti là, vicini vicini, dentro i nostri abitacoli, a farci una bella coda inutile di un’ora e un quarto, e a scambiarci con gli occhi sguardi di preoccupata solidarietà. A noi la pioggia fa questo effetto: ci trasforma in sfollati. A istigare questi atteggiamenti idrofobici ci sono i tg locali e la pubblica amministrazione. Perché ormai se le previsioni danno pioggia il mantra che viene diffuso è allerta meteo. Questa cosa dell’allerta meteo è una di quelle novità troppo furbe per non essere destinate a restare. Nei testi di geografia cui fanno appello gli amministratori della città e della provincia, infatti, la Sicilia viene raffigurata come un’isola triangolare protetta da un enorme telone di plastica di Accarpio (tipo quello che si usa per riparare il bucato o la macchina) e le piogge sono dunque una cosa che non ci sfiora nemmeno, che riguarda solo lo sventurato e glaciale nord della nazione, quello dove la vegetazione dominante è la tundra, la nebbia acceca ogni abitante, l’inverno dura dodici mesi e la maglia di lana ci vuole pure ad Agosto. Qua, invece, che c’è il sole, il caldo, l’estate perenne, che bisogno c’è di praticare manutenzione ai tombini, sturare gli scoli, pulire gli argini dei torrenti, contenere le colline a rischio frana? La pioggia non arriva, non sappiamo manco che cos’è. A Siracusa notoriamente non piove mai. Quindi, se proprio dovesse succedere, sapete che si fa? Proclamiamo una bella allerta meteo e chiudiamo le scuole. Così se per caso ti succede una disgrazia è colpa tua: unni vai cu tutta ‘st’acqua, nunn’u viri ca sta chiuvennu? Mia nonna ha otto figli e quindici nipoti, e se in città comincia a piovere lei telefona a tutti noi per sincerarsi che siamo al sicuro. Per lei la pioggia non è fatta di acqua, ma è acida e radioattiva, basta una sola una goccia e ti disintegri, quindi se piove non ti devi muovere. Non devi andare a lavorare, non devi andare a scuola, e se per caso hai un rifugio antiatomico ti ci devi andare a infilare subito dentro. Se le obietti una cosa tipo io però se non vado in ufficio mi licenziano, lei ti guarda come per dire: vabbe’, ma allora se te la vai a cercare che vuoi? Ecco, la pubblica amministrazione di questa città, di questa provincia, di questa regione è come mia nonna. Il problema lo risolve immobilizzandoci. Ogni volta che piove, fa finta che sia una novità, una situazione imprevista e imprevedibile, e anziché prendere provvedimenti ed evitare che la città si tramuti in una vasca da bagno col tappo otturato, ti dice che c’è l’allerta meteo ed è meglio se ti trovi una palafitta e ti ci arrampichi sopra fino a quando non scampa. Per il Villaggio Miano il comune ha trovato una soluzione a costo zero. In caso di pioggia, i residenti si devono mettere a pregare (o a bestemmiare) tutti insieme fino a quando non scendono prima Noè e poi Gesù Cristo in persona. A quel punto, l’assessorato li assume come docenti e gli affida un corso di formazione. I villaggesi imparano a camminare sulle acque, fabbricare arche, dividere le maree e la vita riprende serena come quando c’è il sole. Del resto il quartiere è già a vocazione didattica: ci si possono accompagnare le scolaresche in viaggio d’istruzione e fargli vedere dal vivo come funziona un sistema fluviale di emissari e di affluenti, sempre a patto che si trovi un autista abbastanza esperto da riuscire a superare le rapide e portarle a destinazione.

La città è in piccolo lo specchio del paese. Ecco, appunto, in piccolo. Quindi se a Roma si è insediato un governo tecnico, a palazzo Vermexio basterebbe un consiglio comunale artigiano. Un’amministrazione locale di idraulici, stagnini e manutentori. Se proprio non riusciamo a ottenerla, scateniamo una rivoluzione dal basso: mettiamoci un impermeabile e comportiamoci come se la pioggia fosse la cosa normale che è.

Io cresco, tu decresci, egli ricresce

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Questa lettera doveva uscire sul Corriere della sera. Ma poi il Washington Post mi ha chiesto l’esclusiva. Allora per non farli litigare ho detto che l’avrei mandata all’Economist. Però mi seccava, dovevo attaccare la lavatrice, al tabacchino non c’avevano francobolli, il gatto aveva vomitato una palla di pelo sul tappeto, fuori stava piovendo, tempo dieci minuti mi cominciava un posto al sole, e allora ho pensato, vabbe’, dai, mettiamola sul blog.

Senta, Antonio Pascale, Lei qua mi deve dire io di chi mi devo fidare. La leggo sempre, la leggo dappertutto, e ogni volta che finisco un suo articolo, libro, racconto, romanzo, mi sento convinto, persuaso, guadagnato alla sua causa. Lei è bravo come pochi a svelare la fallacia delle parole ameba, come le chiama Lei. In giro c’è tutto un chiacchiericcio, non si trovano analisi autentiche, tutto è semplificato, manicheo, giocato sull’emotività. E questo, come dice Angelo Orlando Meloni, è colpa di questo prevalere italiota della cultura umanista su quella scientifica. Ecco io fino a lì la seguo, sono con Lei, mi appassiono. Mi smarrisco quando apro il Corriere della Sera e c’è Lei che spiega l’equazione keynesiana del PIL a Serge Latouche. Là mi confondo. Là mi trema il terreno sotto ai piedi. Perché se scopro che un professore emerito di Scienze economiche all’Università di Parigi XI e all’Institut d’études du devoloppement économique et social (IEDES) scrive libri in cui si dimentica della formula keynesiana del PIL io non so più a chi dare retta. Già, perché a rigor di logica, non devo dare più retta neanche a Lei, Pascale. Lei, nei suoi testi, mi fa un discorso che tento maldestramente di riassumere così: le parole ameba sono pericolose, bisogna recuperare un sapere tecnico, un sapere che sia preciso e provenga da un metodo scientifico, che definisca le cose con precisione e non ci faccia confondere. Sul suo blog c’è un post in cui racconta di un guasto alla caldaia di casa e di due persone che si improvvisano idraulici per ripararlo. Sono convinti di saperne abbastanza per poterne venire a capo. E invece fanno un errore grossolano. Poi telefonano all’idraulico, quello vero, e lui in dieci secondi gli spiega dove mettere le mani, cosa sostituire, quale ricambio comprare, e pure in quale negozio conviene servirsi. Insomma bisogna ascoltare solo chi sa di cosa sta parlando. Una cosa alla Wittgenstein: di ciò di cui non si può parlare, bisogna tacere. Altrimenti parliamo per miti, ci abbandoniamo all’emotività, ci allontaniamo dal vero e dall’utile. Però domenica sul Corriere della sera Lei mi ha detto che un professore emerito di Scienze economiche all’università di Parigi XI e all’Institut d’études du devoloppement économique et social, uno cioè che ha tutta l’aria di un tecnico dell’economia, di quelli molto stimati nell’ambiente, non sa di cosa sta parlando, le caldaie non le sa riparare, rischia di mandarci in un negozio di ricambi in cui ci venderanno un pezzo sbagliato e ce lo faranno pure pagare più caro. Eppure c’è tutto un mondo, accademico e non, che ritiene Latouche un idraulico di quelli specializzati in caldaie. Ma lei mi dice di no. E allora a chi devo dare retta? A Lei, che è un idraulico improvvisato? (Perché non è che basta conoscere l’equazione del PIL per fare gli idraulici, giusto?). Oppure ad altri tecnici del sapere economico che Lei ritiene essere idraulici migliori di Latouche? Insomma, prima Lei mi propone di abbandonare il terreno delle opinioni basate sulle emozioni, del sentito dire, del chiacchiericcio, di ciò di cui bisognerebbe tacere, poi mi invita ad affidarmi a chi ha un sapere tecnico e dunque possiede dei concetti chiari, che sa di cosa sta parlando, e poi mi riporta alla situazione di partenza perché mi dice che pure questi tecnici, o almeno alcuni di loro, hanno le idee confuse e parlano abbandonandosi all’emotività e usando parole ameba. E io come faccio a sapere chi, tra i vari depositari del sapere tecnico, devo ascoltare? Anzi, le faccio una domanda più personale: Lei come fa a essere sicuro di sapere chi bisogna ascoltare? Dopo l’articolo di domenica, Pascale, mi è venuta paura. Leggerla mi aveva rassicurato. Adesso invece temo che l’emotività che lei intende combattere, quella su cui ci siamo abituati a basare le nostre opinioni e che inevitabilmente ci conduce lontano dalla verità e dalla consapevolezza, lei l’abbia fatta uscire dalla porta per farla rientrare dalla finestra, e che in realtà ci stia suggerendo di usarla per sceglierci il tecnico, lo scienziato, il professionista che ci dica le cose che vorremmo ci dicesse. Lei allora abbandonerà Latouche perché parla di decrescita felice (e che tutto ciò che felice è sciocco, lo si sa almeno dai tempi di Leopardi), e si affiderà al sapere tecnico di un altro economista, che sosterrà la tesi opposta, magari quella della ricrescita (a proposito: che gliene pare di Cesare Ragazzi? Non aveva una ricetta miracolosa al riguardo?) Ma sia Latouche sia il Suo economista, Pascale, sono due tecnici, e quindi hanno pari dignità di metodo. Condividono lo stesso tipo di sapere scientifico. Solo che su certi temi hanno opinioni diverse, probabilmente basate sulla loro emotività, o sulle loro idee amebe (non credo esistano individui che ne siano totalmente privi) e dunque prendono posizioni diverse. E quindi che si fa? Io cosa devo pensare? Come mi devo orientare nel pensiero? Dove la punto questa bussola? Mi venga in aiuto, Pascale. Quando lei urla sul Corriere della sera “La decrescita felice è una sciocchezza”  io vedo in lei un liberatore. Mi viene da farLe uno di quegli applausi spellamani che i colleghi d’ufficio rivolsero al Rag.Ugo Fantozzi  quando trovò il coraggio di dire in faccia al direttore La Corazzata Potemkin è una cagata pazzesca. La sua onestà di pensiero è ammirevole, come anche  la passione che mette nello smontare le pose degli intellettuali o l’ecologismo di maniera. Però qua c’è bisogno di trovare un metodo. A chi, tra gli uomini di scienza, bisogna dare retta? A chi parla di riscaldamento del pianeta o a chi lo nega? A chi parla di processi distruttivi irreversibili o a chi sostiene che evolvendoci troveremo la soluzione? Chi stilerà questa classifica dell’affidabilità? E sulla base di che? Del proprio personale ottimismo o pessimismo? Delle proprie inestirpabili idee ameba?

Certo di una sua non risposta, corro ad acquistare il suo ultimo romanzo, dove sono sicuro troverò altre domande e altri dubbi su cui interrogarLa invano. Dio La benedica per questo.

Il ragazzo non si farà, c’ha le spalle troppo strette.

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È un po’ che mi escono male, questi aciribiceci. Male, va bene, ho sbagliato, volevo dire: peggio. Mi s’attorcigliano tutti, s’infoltiscono, diventano obesi e poi, quando provo a sbrogliargli, s’annodano ancora di più. Aumentano di peso, io li metto a dieta, ma loro trovano sempre il nascondiglio della cioccolata e spansano. Insomma a correggerli, a provare a dargli una forma decente è una guerra e la perdo sempre io. Mi domando come fanno quelli bravi, che gli esce sempre tutto pulito, parlano di quello che vogliono e ti convincono sempre. E certo che ci riescono: loro sono quelli bravi e tu sei tu. Se è per questo c’è gente che tira punizioni al sette da trenta metri e poi ci sei tu che manco ti sai allacciare le scarpette, bella scoperta. E vabbe’, allora però ‘sto blog lo dovrei chiudere, chi è che c’ha voglia di vedere giocare uno che non si sa allacciare manco le scarpette? Io. Io ce l’ho. C’ho voglia di giocare e tirare le punizioni, ecco perché scrivo pure quando mi s’accavallano i polpastrelli e finisco lungo lungo a terra. Mi va di correre con le scarpette slacciate, pure se così mi spacco la faccia, che ci fa? Se è uno spettacolo indecoroso, uno si può pure girare dall’altra parte, andare a vedere un’altra partita. In questa ci sono solo io che inciampo. Mi serve per imparare a fare i nodi giusti, magari a forza di provarci un giorno ci riesco. Tanto biglietti non ce n’è, l’ingresso è libero: sono allenamenti di serie z fatti a porte aperte. Tutto gratis, se fa schifo, che vuoi rimborsare? Appena ti annoi vai a casa e metti su Sky, che gioca la serie A. Però magari se aspetti, se hai un poco di pazienza, se mi dai il tempo, se ti compri le noccioline e ti fermi a chiacchierare là, in gradinata, sullo scalino alto, quello dove c’arriva il sole, se fai finta che neanche mi stai guardando, ogni tanto, quando sono rilassato, qualche palleggio mi riesce. E poi vedere uno che si sforza è sempre divertente. Se non altro fa ridere. Intenerisce. Certo, non è come guardare Platinì, lo capisco, però se il calcio uno lo guarda solo in Tv, si perde qualcosa. A me capita di mettermi sul balcone e guardare i ragazzini del cortile che giocano senza porte e senza linea del fuori. Ogni tanto fanno due passaggi per come si deve, a uno gli parte un tiro, un altro fa una parata e si sbuccia le ginocchia. Viene da fare il tifo. Ci si entusiasma, finisce che gli urli bravo dalla finestra, ti metti a fischiare con le dita. E vedere le facce che fanno quando gli arrivano i  complimenti, l’espressione che gli viene quando alzano gli occhi verso il balcone e si accorgono che qualcuno li stava guardando, quella sì che è una cosa per cui si dovrebbe pagare un biglietto. Il dilettantismo, lo sport di base, c’ha questo di bello. Lo giocano i ragazzini. Oppure gli scarsoni. Lo spettacolo è mediocre. Però chi lo pratica, siccome si diverte da morire, ci si impegna veramente. E gli sforzi, quando sono autentici, possono anche valere la pena di affacciarsi al balcone.

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