
Io alla depressione ci penso un sacco. Mi do tutta una serie di spiegazioni, e siccome me le do da solo (ho provato a leggere testi sulla depressione, ma mi deprimevo), mi ricavo una specie di eziologia ad personam, su misura per me. Poi, sempre per quella storia della presunzione che non riesco a evitare, generalizzo, coinvolgo tutta l’umanità, trascino dentro al mio quadro clinico tutto l’universo.
Ecco, già a definirmi depresso compio un errore diagnostico, perché parecchi dei sintomi, quantomeno al momento, non ce li ho. Io più o meno ho una pubalgia e basta. Dice: ma che c’entra. Eh, c’entra, c’entra. La pubalgia è una infiammazione dei fasci muscolari che attraversano il pube (praticamente metà di quelli che abbiamo in corpo). Ti viene dolore quasi ovunque: schiena, interno coscia, polpaccio, inguine, addome, piedi. Con la depressione c’entra perché se c’hai la pubalgia non puoi correre. Se non puoi correre, dopo un po’ smetti di secernere quelle endorfine che prima secernevi tutti i giorni a causa della corsa. Quindi va bene, depresso magari no, però un poco meno felice di prima sì. Oltretutto, pure se stai attento, dopo un mesetto cominci a ingrassare. Quindi sei più cicciottello e meno endorfinico di prima. E la cosa si aggrava. Questo fatto di essere vagamente depresso, cioè più o meno con i sintomi della depressione, però così blandi che quasi non ti accorgi di esserlo, ti offre un punto di vista privilegiato da cui osservare la depressione: sei mezzo dentro e mezzo fuori, coinvolto ma ancora lucido. Insomma, ti puoi permettere di sparare minchiate sulla depressione con un minimo di cognizione di causa e non sei così depresso da dire no, dai, non mi va di sparare di minchiate. Perché quando uno è depresso – cioè veramente depresso- c’è una perdita di senso generalizzata, che investe tutte le attività, non importa quali. Qualunque cosa la vita o il prossimo ti propongano di fare, tu pensi: no, vabbe’, mi secca, che lo faccio a fare, non ci provo nessuna soddisfazione a farla. Il vero clou della depressione non è tanto l’avere in testa pensieri negativi, pessimismo, o un orizzonte nero, ma più che altro questo fatto che ti viene meno la molla, l’innesco per fare le cose. Ti sembra che a fare questo o quello non ci sarà nessun piacere e che dunque è inutile cimentarsi con le attività da cui, prima di essere depresso, traevi godimento. Detta così non sembra neanche una malattia, ma il semplice sciass che abbiamo a Siracusa. Facciamo un esempio più concreto: mangiare. Se non sei depresso l’idea di calarti un pezzo di sfoglia di Astone ti produce salivazione all’istante. Lo riscrivo in neretto: l’idea che ti calerai un pezzo di sfoglia di Astone ti fa salivare. (Astone perché non esiste altra sfoglia prosciutto e formaggio all’infuori di Astone. Le altre sono piene di olio, untuose, con la spalla al posto del prosciutto, il bordo che appena si raffredda lo usi come fermacarte, il formaggio Bigbabol e una cottura che ricorda il carbon fossile. Quella di Astone invece è morbida ma non fa intingolo, la doratura è a 24 carati, si digerisce in massimo sei-sette rutti, e gli ingredienti sono amalgamati così bene che il prosciutto sa di formaggio e il formaggio sa di prosciutto). Non è l’azione di mangiare la sfoglia che ti mette in moto, ma il proponimento di mangiare la sfoglia a farti uscire da casa, prendere il numeretto all’eliminacode e aspettare con pazienza che quello prima di te si spazzoli tutto il bancone mentre tu resti là un’altra mezz’ora fino a quando non arrivano le teglie nuove.
L’idea di fare qualcosa che farà godere, mette in moto, dà l’abbrivio alla catena di azioni che poi, alla fine, condurranno al pezzo di sfoglia. È la vecchia storiella del sabato del villaggio, il godimento è tutto nel figurarsi il godimento. Però se manca questa prefigurazione del godimento, tu resti immobile. Non trovi motivo per agire. Sei malato, sei depresso, hai un guasto. È come se la macchina funzionasse, ma il motorino d’avviamento fosse rotto, la batteria fosse scarica, tu giri la chiave, una, due, tre, quattro, dieci volte e niente, non succede niente, non parti, resti parcheggiato.
Una delle prima cose che i depressi pensano quando versano in questo stato di parcheggio a oltranza è che questa incapacità di partire derivi dalla noia, dalla monotonia, dalla ripetizione. Ho mangiato troppe volte quella sfoglia, conosco a memoria il sapore, il colore, l’odore, non mi fa più nessun effetto, chi me lo fa fare ad andare fino al panificio per l’ennesima volta, che godimento potrà mai esserci, dopo tante sfoglie, a mettere in bocca l’ennesima sfoglia? Ecco, qua si torna all’argomento degli altri due post (questo e soprattutto questo). Qua io comincio a delirare, a generalizzare, a uscire da me e a investire tutti gli altri, e a pensare che il nostro mondo c’ha la pubalgia. Siamo più o meno tutti mezzi depressi, semi catatonici, coi desideri anestetizzati dalla convinzione che per desiderare, per tornare a desiderare ci servano nuovi desideri, in quantità maggiori. Se Astone cambiasse sfoglia, se potessi andarmela a mangiare sulla Fifth Avenue di Manhattan anziché al viale Tica, magari mi rimetterei in moto, riuscirei a partire, mi alzerei da questo divano, guarirei da questa malattia. E allora giochiamo al rilancio. E allora vai col porno, col Magnum, con le torte al cioccolato che al posto di averne solo uno, di strati ne hanno sette, vai con la dose multipla, vai con la sommatoria dei piaceri e il loro consumo parallelo (sesso, cibo, tutto insieme), vai con la crapula continua, perenne, spasmodica, vai, insisti, gira la chiavetta, rigirala di nuovo, girala più forte, rischia pure che si spezzi, anzi no, scendi, dammi una spinta, aiutami a prendere la discesa, e poi metti la seconda fino a quando, in un modo o nell’altro, questa macchina non parte, e dopo che è partita non la spegnere più, tienila sempre accesa, perché se la fermi poi rimetterla in moto è una parola, lasciala al minimo, e ogni tanto poi pesta sull’acceleratore, alza i giri, mettile benzina, ancora e ancora e ancora.
I miei ricordi di filosofia sono molto confusi (dopo l’università ho smesso di leggere i filosofi e ho letto solo neuroscienziati. Ora sono passato allo stadio superiore e leggo solo “Chi” e “Alè leoni”) però questa cosa dei desideri inceppati di fronte al ripetersi coattivo della vita mi fa tornare in mente Nietzsche. Nietzsche era la versione combattiva del depresso, il rovescio della medaglia di Leopardi. Quello si struggeva, l’altro s’incazzava. A Recanati la vita doveva essere una palla più o meno come a Siracusa, e forse la sfoglia non era manco buona come quella di Astone. E forse pure in Engadina, con tutte quelle mucche, la cioccolata milka, l’aria buona, quello che vuoi, però me l’immagino quanto dovevano essere divertenti i sabato sera, con Cosima che gliela faceva ciarare e lui che alla fine alliccava la sarda. Allora Nietzsche ti dice che la potenza di un individuo la puoi misurare sulla sua capacità di desiderare. E non di desiderare in generale, di farsi innescare il desiderio dalle novità, dalle cose mai sperimentate, no, troppo facile. Tu la volontà di potenza, quella vera, la forza vitale autentica ce l’hai quando hai questa capacità eroica di desiderare l’Eterno Ritorno. Se sei capace di provare il desiderio di rifare da capo, ogni giorno, la vita deprimente che stai facendo, nel suo riproporsi identica a se stessa, con gli stessi desideri di sempre, allora hai qualche speranza di riuscire a campare in mezzo alla decadenza. Perché tutto intorno c’è la decadenza, ma tu non ti devi dispiacere della decadenza, la devi volere la decadenza, la devi desiderare la decadenza, perché bisogna tramontare. Quindi vanno bene i Magnum, va bene la sette veli, va bene fare l’amore con il sapore, desiderare ciò che è ritenuto desiderabile e anche quello che non lo è, basta solo non perderlo, il desiderio di desiderare, non smarrire mai la forza di dire così è perché così io desiderai che fosse, volere il riproporsi identico degli eventi e volere che sempre si ripropongano e sempre io li desideri, perché così si è vivi.
Questo tenere la fiamma sempre accesa, il fornello al minimo senza spegnerlo mai, lo stiamo ottenendo così, con una specie di sinestesia del desiderio, dove piaceri di tipo diverso (sensoriale, intellettuale, corporeo) sono tutti mischiati come biscotti in una zuppa di latte. A giochi senza frontiere a volte c’era questa piscina con delle specie di isolette galleggianti e i concorrenti dovevano saltare dall’una all’altra senza cadere a mollo. L’acqua però le spostava di continuo, e a volte, dopo due o tre salti andati a segno, il concorrente restava fermo, bloccato su una delle isolette. Secondo me questo c’entra qualcosa. Però adesso non mi va di pensarci. Mi va un po’ di sfoglia.