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Archivi del mese: gennaio 2012

Cartapesta

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Allora, mettiamoci d’accordo. L’unico motivo per cui siete là è che prima c’erano i carri di carnevale, e non andava bene, ci facevano vergognare. Noi, di maschere con cui coprirci la faccia, non ne avevamo, e ogni sputo ci arrivava dritto dentro agli occhi, bersaglio pieno, cento punti. Quindi adesso ci siete voi, quelli seri, quelli che carnevale è finito, e ora basta, e che nessuno si azzardi più a metterci in ridicolo. Allora che si fa? Volete farci tornare al punto di partenza? Che cos’è ‘sta storia? Pure voi a fare gli sboccati? Pure voi a dire sfigato di qua e bamboccione di là? Che parole sono? In bocca a gente come voi, oltretutto. E questi finti tagli di stipendio? Che modo è? Ma è mai possibile che in questo paese nessuno sappia stare seduto a tavola per come si deve? Possibile che davvero non ce ne sia uno che sappia resistere coi gomiti aderenti ai fianchi per più di cinque minuti? Vi cominciano già a fare male le scarpe? La cravatta vi strozza? Non vedete l’ora di sbracarvi sul divano con la cintura allentata? Per avere un minimo di decoro noi stiamo tirando fuori moneta sonante. Le tasse, i tagli e i blocchi degli stipendi sono il prezzo che stiamo pagando per dei governanti presentabili. Ed è un prezzo folle, completamente fuori mercato, illegale, una cosa da chiamare la guardia di finanza e fare arrestare tutti, come fanno i giapponesi a Roma, quando chiedono un semplice caffè e gli presentano un conto di dodici euro. Quindi, per favore, almeno sappiatevi comportare, che siete lì giusto per questo. È una gentile richiesta, per carità, niente di più, che noi ormai decisioni non ne possiamo più prendere, figuriamoci dare ordini. Poi, fate un po’ come vi pare. Tanto, ormai, al mercoledì i carri neanche li bruciamo più. È inutile. Risorgono sempre dalle loro stesse ceneri.

Facendo finta che lo vogliamo

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Stasera si prevedono scintille tra guelfi e ghibellini a proposito di quest’isola artificiale nel porto grande. Pur volendosi dichiarare (e ce ne vuole), con un doppio salto mortale, pro nuovo porto turistico, questo progetto (stando alle foto che circolano sul web) suscita due perplessità, una delle quali particolarmente angosciosa.

1. Siamo a Siracusa, giusto? E allora, visto che un porto turistico lo si vuole fare, perché deve sembrare quello di Dubai o di San Diego? Cioè, pur non essendo né architetti né specialisti in marketing turistico, c’è da chiedersi perché ogni volta che qualcuno propone una grande opera a Siracusa si vada a copiare un modello standard e poi se ne tenti l’applicazione, calandola sul territorio come una specie di idea platonica: dall’Iperuranio direttamente dentro la rutta ei ciauli. Il Talete, che è boh, chi lo sa che cos’è, una specie di cassonetto per la differenziata gigante, perché non l’abbiamo fatto, chessò, a forma di caicco? Un caicco trasparente, in plexiglass, ultraleggero, metà affossato nel mare e metà emerso. Oppure un’astronave in titanio a forma di orecchio di Dionisio dove se uno ietta uci, l’eco si sente fino alla Marina? Insomma, perché non abbiamo fatto un parcheggio, anche ultramoderno, ma che possa diventare motivo di attrazione esso stesso per quanto è particolare, diverso da tutti gli altri parcheggi del mondo e riconoscibile come il parcheggio Talete sul lungomare di Siracusa? L’isola artificiale del porto, visto che proprio la si vuole fare, perché non la facciamo a forma di teatro greco? E il porto perché non è a forma di còclea di Archimede? Cioè perché non proviamo a dargli unicità, e magari un’unicità che contenga un richiamo alla storia o alla natura di questo territorio? Tipo: il porto barocco. O il porto di ricotta. A forma di carretto siciliano. Di arancino. Una cosa che uno arriva con la nave, la barca, il materassino e dice: “Mih, ne ho girati di porti, io, ma una cosa così l’ho vista solo a Siracusa”. No, perché questo potrebbe fare sì che poi ci sia un passa parola, che il popolo della marineria da diporto venga qua apposta per vedere questo famoso hub a forma di pala di figurinia, col tunnel sottomarino che ricorda un cannolo di Cassarino e che si aggancia alla banchina pavimentata a scaglie di giuggiulena. Perché è così sottovalutata questa cosa? Perché si fa il porto standard? Ok, certo, ovviamente deve essere un porto moderno e funzionale, con delle caratteristiche comuni a tutti gli altri, ci mancherebbe. Deve essere cioè un’attrezzatura che offra gli stessi servizi che offrono gli altri, e su questo non ci piove. Facciamo un’analogia e fingiamo di dovere attirare turisti a Siracusa con un nuovo Mc Donald’s, così ci capiamo meglio. Acconsentiamo all’idea che un Mc Donald’s ci voglia, perché quelli che viaggiano il Mc Donald’s lo vogliono trovare ovunque vanno: è rassicurante, bello, comodo, standard, planetario. E noi glielo vogliamo fare trovare anche qua, benissimo. Ma che senso ha prendere a modello un Mc Donald’s di Chicago? Lo puoi pure migliorare, perfezionare, portare a venti piani, lo puoi fare il più lussuoso e accessoriato del mondo, ma chi è che verrà mai a Siracusa perché c’è un Mc Donald’s come quello di Chicago? Non avremmo molte più speranze di attirare gente se facessimo un Mc Donald’s tutto in piastrelle di Caltagirone, con le pareti a mosaico di Piazza Armerina e i balconi con i mostri ruggenti tipo Noto? Sarà sempre un Mc Donald’s, però un Mc Donald’s che puoi trovare solo qua. Del resto, nel mondo, i Mc Dondald’s personalizzati sullo stile del territorio ci sono veramente, e finiscono addirittura sulle guide turistiche, segnalati come  ”da vedere”. Allora perché non fare un porto che, boh, al posto di un’isola ne abbia addirittura sette, così almeno richiama i sette scogghi?

2. E qua veramente si suda freddo. La Costa Concordia pare avesse a bordo più o meno quattromila persone. Quattromila. Mettiamo che in questo nostro nuovo porto attracchi una Costa Concordia (sempre che Joe Schittino non ce la affondi al largo dell’isola dei cani). Scendono quattromila persone per andare a visitare il teatro greco. A piedi non ci possono andare (notoriamente i croceristi camminano al massimo dal buffet alla sdraio). Prendono il pullman. Quattromila persone. Ogni pullman, nella migliore delle ipotesi, contiene una ottantina di persone. Quattromila diviso ottanta fa cinquanta. Cinquanta. Cinquanta, capito? Aspe’, scriviamolo a numero: 50. Cinquanta pullman per nave. Cinquanta pullman partono dal futuribile parcheggio del nuovo porto turistico e invadono la città come manco i cartaginesi, che cinquanta triremi non ce le avevano sicuro. In pratica vengono ad arrotarci tutti. Conquistano la città e si danno alle razzie e ai saccheggi. Stuprano la nostra circolazione e fanno strame del nostro sistema nervoso. Cinquanta. Pullman. Imboccano. La. Via. Elorina. La congestione di qualunque sistema viario. La paralisi di ogni spostamento urbano. Ingorghi che manco con l’idraulico liquido. Processioni di incappucciati ai semafori. Riti satanici agli incroci. Sacrifici umani alle rotonde. Cani e gatti che si accoppiamo tra loro sulle aiuole spartitraffico. L’apocalisse stradale è servita. Cinquanta pullman escono da via Elorina e unni vanu? Che strada imboccano? La via Catania? La via Columba? Cinquanta pullman, arrivano – davvero non so immaginare come, quale sia l’arteria stradale che possa contenerli – al teatro greco e unni s’anfilunu? Al solo immaginarlo, io, comincio a suonare il clacson e a dire tutte le malapparole che so. Attualmente, se capiti due, diconsi due, pullman in corso Gelone ti saluti con la famiglia. Se per sbaglio incappi nei pressi del Molo Sant’Antonio nell’istante in cui uno, un solo pulman si ferma per fare attraversare la strada a una sessantina di giapponesi, ti ritrovi immobilizzato in una bolgia di lamiere. Quando ce ne capiteranno davanti cinquanta che faremo? Scriveremo un messaggio nella bottiglia e lo lanceremo fuori dal finestrino? Chiameremo la protezione civile? Ci attrezzeremo con dei bengala di segnalazione per farci venire a recuperare da un elicottero? Insomma, va bene il porto per le grandi navi. Ma poi? Le strade, i parcheggi per questi pullman, la logistica? Ammesso anche che si riescano ad adeguare i dintorni e le immediate adiacenze del porto, la città, nel suo complesso, non è comunque sottodimensionata per questo giorno della locusta che non solo si prevede, ma addirittura si auspica? Allo stato attuale, bastano le rappresentazioni classiche di maggio/giugno a mandare completamente in tilt il traffico urbano per un mese. Che cosa succederà quando i flussi saranno quadruplicati e dureranno, come si spera, per l’intero anno? Gireremo tutti con il valium in macchina? Avremo il sedile passeggero occupato dallo psicanalista e quello del guidatore a forma di chaise longue per potergli raccontare in tutta calma la storia della nostra vita?

Fino a ora, le varie amministrazioni di questa città hanno dato prova di cavarsela piuttosto male con le opere ordinarie. Il che non fa nutrire gran fiducia su come ne realizzeranno una colossale come questa. Ma forse alle perplessità di cui sopra si è già data risposta, e c’è qualcuno che sta lavorando per una città a misura dei suoi due, o più, nuovi porti turistici. Una Siracusa più grande, più nuova e più bella che riesca a gestire le folle che intende attirare. Speriamo. Perché altrimenti rischiamo che l’isola di Ortigia diventi una specie di Lampedusa, con gli imbolsiti croceristi al posto degli scheletrici clandestini, e noi in perenne stato di emergenza. E un conto è solidarizzare con dei disperati, che ti viene di portargli una coperta e preparargli la pasta al forno. Un conto è solidarizzare con il proprietario di un panfilo, che lo champagne lo pretende servito freddo e il flute lo vuole di cristallo.

Operette immorali 8 bis: stalking

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Stim.mo  Aciribiceci,

chi le scrive è un colibrì. Appartengo a uno stormo, solamente al giovedì voliamo tutto il dì (è il nome in codice dello stormo). In molti non sanno distinguerci uno dall’altro, ma io ho delle  inconfondibili peculiarità. Per esempio amo molto il volo acrobatico. Frrrr, mi lancio in picchiate proibitive e poi plano sul cornicione con gran disinvoltura. Sono un colibrì molto temerario, firulà, il più temerario di tutti i colibrì, ah, che sprezzo del pericolo, vorrei che mi vedesse, una volta, così, per assecondare la mia vanteria. (L’introduzione è quasi terminata: ora le dirò cosa mi piace e poi passerò al quesito). Mi piace zompettare sulle tegole dei tetti irraggiati dal sole come se fossi felice, non so se lo sono davvero, mi contento di suggerire l’idea. Quando sei un colibrì  puoi far salivare un cane semplicemente esistendo, lo sapeva, Lei, questo? I miei salti sono passi di danza, ho movenze da ballerino, ma in molti osservano che queste mal si accoppiano alla mia personalità spiccia. Possiedo una innata rudezza, è vero,  firulì firulì, non vado mai per il sottile. Ecco perché le recapito qui la mia brutale verità, proprio come se  stessi cacandole dritto sul cappello dall’alto del mio morbido volare, splot: ho in uggia i cani e ancor di più i gatti. Ecco, ora lo sa. Animalacci grevi, sempre ben pasciuti e al caldo dei loro pigiami, con quell’hobby odioso di far prendere spaventi. Ha un bel coraggio, Lei, a ospitare le loro sconcezze sulle Sue pagine. Che dire ancora? Un po’ li comprendo, gattacci e bastardini. Mi guardi, mi ammiri volteggiare lieve in questo cielo nebulizzato di agenti chimici inquinanti cancerogeni, che però, uhm, urca se fanno un buon odore, oh, sì io lo trovo inebriante, che voglia di volare che mi fan venire, e a Lei?  Oh le polveri sottili, come esaltano la sapida grazia seducente del mio zompettare qui sulla tegola, che acquolina, uhm, nevvero? Non le fa voglia, sgnam sgnam, di mordermi? Non vorrebbe, frrrrr, staccarmi la testina a dentate e poi sputare via le piume con un bel rutto? Ahahaha,  frrrr, ho risvegliato la sua natura predatoria, vecchio sporcaccione. Peccato però che io non sia un colibrì, no, nient’affatto. Sono un cane, e mi chiamo Eustachio: un vero cirneco dell’Etna di un metro d’altezza al garrese. Ho un aspetto imbolsito dall’età, e ho perso in destrezza, ma le assicuro che in quanto a velocità posso ancora dire la mia. Sposai una colibrì una volta, per questo so imitarne la scrittura. Ma poi le crebbe addosso una dura scorza da madre, una lentezza penosa, mi creda, le ci volevano tre quarti d’ora per una foglia di lattuga, e io di colpo persi ogni interesse a sprimacciarle il piumaggio. Che vuole farci, tutto invecchia in noi, anche la passione per l’ornitologia. Ad ogni modo, Le scrivo per informarLa che i miei avvocati intendono citaraLa per danni. Se proprio voleva diffondere la mia ricetta del brodo di tartaruga avrebbe dovuto corrispondermi royalties adeguate. Unitamente alle mie minacce, voglia frattanto gradire  

i miei rispetti.

A: Spett.le Assemblea Trimestrale degli Abbonati

Cc: Comunità dei Lettori

Come senz’altro già saprete, è in corso una recrudescente ondata di punteruolo rosso. Ciò ci costringe, seppure con cuore amaro, a chiudere  la nuova rubrica di counseling. Continuate pure a inviare le vostre lettere al nostro esperto, preferibilmente stampate su una sola facciata (così l’altra possiamo riciclarla per la fotocopiatrice), al seguente indirizzo:

Redazione Counseling c/o Operette Immorali c/o Aciribiceci

Corso Umberto I, lato destro, terzo portone, quello dove spesso e volentieri pisciano i cani

96100, Komodo, Indonesia.

PS.: per garantita risposta, accludere affrancatura internazionale e una mezza dozzina di uova fresche in confezione antiurto.

Operette immorali 8: ricominciare dalla mezza età

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Preg.mo Aciribiceci,

mi chiamo Eustachio e sono un cane. A dire il vero il mio nome reale non è Eustachio, ma Benito, e sono un gatto, ma Le scriverò come se fossi un cane di nome Eustachio, in modo da non mettere a repentaglio l’anonimato. Invio spesso e-mail alle redazioni dei blog, per porre loro più che altro quesiti di ordine esistenziale. Ogni mia lettera, e sono tante, la comincio nello stesso modo, una sorta di preambolo sempre identico, un cliché. A Lei, invece, per la stima che nutro nei Suoi confronti, ne scriverò uno nuovo di zecca. Che vuole che mi costi? Di zecche ne ho pieno il manto. Eccolo qui, in esclusiva:

Sono un cane, wof wof, mi muovo con una certa pesantezza, non so camminare in bilico sui cornicioni e detesto il pesce azzurro. Sono veloce, se mi ci metto, una saetta, fiuuuuu, filo come il vento. Però non so saltare sui davanzali dei balconi. Mi piacerebbe tanto, perché da lì, un paio di zampate e, pish, potrei orinare sulle tegole, proprio in mezzo a un bel  tetto assolato. Vorrei tanto essere agile e leggero, poter seguire il volo dei passerotti, tenergli dietro correndo, aspettare che si posino a terra, e poi bau bau, abbaiargli fortissimo nelle orecchie. Così, per fargli uno scherzo. Ma sono un cane, mannaggia, pesantuccio fra l’altro, e mi chiamo Eustachio, e, uhm, quei passerotti mi fanno proprio salivare, però, niente, non ci riesco, saltare non è cosa mia, peccato.

Spero l’introduzione le sia piaciuta anche solo la metà di quanto a me piacciono i passerotti. Veniamo al quesito. Io mi occupo di maglieria. La mia è una famiglia di capitani d’industria. Siamo nel tessile da quindici generazioni, e io, ultimo rampollo della dinastia, dirigo un pigiamificio. In precedenza imbastivamo capi di intimo femminile, ma il mercato globale mi ha imposto di specializzarmi, è la qualità che rende competitivi. Ho rinunciato a perizomi, brasiliane, culotte e tutto ciò che potesse indurmi desiderio libidinoso. A volte, tuffavo il muso dentro un paio di mutandine appena indossate da una delle nostre aggraziate collaudatrici e slurp, slurp, mi crogiolavo per minuti interi esercitando l’olfatto, il senso principe di noi segugi. Sapesse che latrati mi lasciavo sfuggire, roba che neanche nelle notti di luna piena, una vera eco dell’anima, mi creda. Ma non voglio tediarla con il ricordo degli umori femminili che raspavo con la mia possente e ruvida lingua, né suscitarle invidia lasciandole immaginare quale irresistibile fascino esercitasse sulle aggraziate collaudatrici la mia posizione di amministratore delegato plenipotenziario, anche se le assicuro che mi si concedevano con rapido incastro, del tutto dimentiche della mia appartenenza al genere canide, specie cane, razza cirneco. Sappia solo che rinunciare alla produzione di intimo femminile mi causò una pena infinita. La mia malinconia si aggravò molto quando scoprii la vocazione al pigiama. E questo che sei? mi dissi, guardandomi allo specchio, un cane da pantofola? Prendere contatto con il mio io più profondo, scoprirmi l’opposto dell’esemplare da monta che credevo di essere, mi mise dinanzi alla mia natura domestica, piombandomi nel più nero sconforto. Guaivo inconsolabile. Guaivo come quando il mio padrone mi bastonava, anche se non avevo un padrone e comunque non mi avrebbe mai bastonato, chi è che bastona un cirneco dell’Etna di razza purissima, alto un metro al garrese? Insomma, per darle un’idea del mio dolore, emetterò un guaito qui, adesso, a beneficio del suo orecchio, affinché Le susciti empatia:

Straziante, vero? Ah, gliel’ho fatta, allora! Ahahawof, davvero si aspettava  di poter ascoltare un guaito per lettera? Ahaahahahahawof, ma lo sa che lei è proprio un bel babbeo? Mi perdoni, ma io sono un burlone. Mi piace farmi beffa di questo e quello, che ci posso fare? Mi diverte quasi quanto correre a perdifiato con la lingua penzoloni che perde saliva, anche se per me è sudore. Non sono affatto depresso, neanche per idea, sono un mattacchione, io, e corro, corro spesso all’aria aperta, inseguo i passerotti finché a volte perdo i sensi dalla stanchezza. Certo, sì, magari un po’ frustrato perché non mi riesce mai di abbaiargli nelle orecchie, però mi sfogo così, inviando mail canzonatorie, magari  a un baluba come Lei, sia detto senza offesa, né per lei né per i baluba. Ah, già che ci siamo: che non sono un cane gliel’avevo già detto. Però no, mio caro amico, non sono neanche un gatto, guardi un po’. Benito, poi, suvvia, si sarà mica bevuto un nome tanto demodé? Sono stanco di fingermi sempre qualcun altro in ogni lettera, oggi, a Lei soltanto, dirò la verità:

sono una tartaruga da appartamento, e mi annoio molto. Vivo male la mia lentezza, come una condanna. Questo è un mondo troppo veloce, zum zum, e io invece impiego circa tre quarti d’ora per finire una foglia di lattuga. Qui in casa mi chiamano Berenice, ma il nome che mi diedero da uovo è Guscio a mandolino. Ho vissuto nel jet set, tra Parigi, Milano e New York, sfilavo per Victoria’s Secret, ero molto corteggiata, fotografi, riviste, stilisti, il National Geographic, Alberto Angela. Eh, sì, avevo un gran bel carapace. Poi mi innamorai di Eustachio, e accettai di fare la collaudatrice nella sua fabbrichetta di provincia. Quel cane si credeva chissà chi, ma era niente più che un industrialotto arrogante, sempre pronto a smutandarsi. Però era ancora affascinante, sapeva ululare canzoni d’amore per come si deve, specie quando ficcava quel suo nasaccio umido dentro la mia biancheria sporca. Prese a tradirmi spesso. Con le dipendenti, le uniche cagne nel circondario che avrebbero ceduto ai suoi goffi tentativi di seduzione. Sapevo, ho sempre saputo, ma tolleravo, era pur sempre un cirneco, alla natura si può solo obbedire. Poi venne il piagimificio…una coi miei addominali, tesi e definiti, sensuali da far nitrire di desiderio i gatti sui tetti, no, non poteva sopportare di farsi fotografare con tutto quel cotone addosso. Preferii rinchiudermi in casa, occuparmi dei figli nati dal nostro accoppiamento, Bucaneve e Beone. La carriera è finita, mi dissi, meglio concentrarsi sulla felicità domestica. Educare la prole mi diede filo da torcere. Già al dischiudersi delle uova mi resi conto di avere generato due scavezzacollo. Presto intrapresero la stessa china da sciupafemmine del padre. Anche loro, come lui, girarono il mondo da gagà, credendosi segugi purissimi, e imbrattando di piscio misto a seme i muri di mezzo Corso Umberto I. Oggi, però, che, grazie al mio esempio di devozione, hanno messo la testa a posto e sono padri e mariti esemplari, ed io sono una nonna appena centenaria, venerata dai quattro nipoti, Zenone, Albume, Fitzcarraldo e Ridge di Beautiful, sento il bisogno di chiedere a lei: qual è il senso di questa vita che ho vissuto finora? E perché i miei nipoti continuano a mettermi dentro l’acquario anche se sanno benissimo che sono terrestre?

Gentile famiglia,

Aciribiceci non ha una posta del cuore. Tuttavia ha un cuore, dunque risponderò volentieri. Avete mai pensato a divorziare? Conosco un varano di Komodo che è anche un ottimo matrimonialista. Lei, mia cara Guscio a mandolino, potrebbe rifarsi una vita alle Galapagos, ci sono cliniche estetiche a cinque stelle, laggiù. Qualche zaczac di bisturi e avrà di nuovo il collo rugoso di quando posava sui magazines. Di certo le gioverebbe conoscere un compagno più maturo, magari bicentenario. Tartarughe ancora giovani come lei hanno bisogno di figure paterne che sappiano accudirle. Nel caso le interessasse quest’intrapresa, giocare in acqua coi suoi nipotini le sarebbe solo di grande vantaggio. Anzi, si eserciti con loro il più possibile, poiché la traversata è lunga. Quanto al suo compagno, mi picco di saper riconoscere una lettera apocrifa già a prima lettura, e mi è stato subito chiaro che si tratta di un gatto, vieppiù castrato e in piena sindrome da abbandono, che lamenta una condizione da infermo dalla quale, ahimé, non v’è ritorno. Traspare tutto dalle righe in cui menziona il padrone: l’astio e il rancore verso chi ci procura menomazioni non è mai possibile celarlo. E battezzare Benito un felino è un atto imperdonabile. Che dire? mi spiace per lui, ma non vedo perché debba farmi bersaglio del suo graffiante sarcasmo. Lasci ora che mi rivolga alle quattro piccole pesti con qualche consiglio apposta per loro:

La pietanza va cucinata “alla zambiana”, ossia è necessario che vi procuriate svariati decilitri di succo di zarimombo, da aggiungere a fine cottura.

La temperatura dell’acquario bisogna sia innalzata ben oltre il punto di fusione del mercurio, con due o tre prese di sale.

Per il carapace, servitevi pure di una grattugia a dente largo, in modo da poterlo poi ricomporre con facilità in fase di presentazione.

La carne di vostra nonna risulterà più tenera a seconda di quanto a lungo miagolino o abbaino gatti e cani di casa durante la cottura

Spolverizzate pure con abbondanti cucchiaiate di pecorino stagionato, o fiori di camomilla,  se gradite.

Lasciate mantecare e ritardate a servire finché in Cina non sia l’anno del pescecane.

Ah, quasi dimenticavo di adoperare l’espressione “quanto basta”.

E lei, mia cara, non abbia paura, si lasci tutto alle spalle. La longevità gioca ben a suo favore. Scriva ancora, e mi raccomando: viaggi leggera. Non si porti dietro tutto il casato, come è solita fare.

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Dirlo oggi sembra un po’ folle, ma filologicamente, in origine, le repliche erano tutte le rappresentazioni successive alla prima. Si applicava al teatro, alla musica da camera e a quella lirica un concetto mutuato dalle arti visive: esiste l’originale e poi esistono le copie, di minor valore. A teatro, l’originale corrispondeva alla prima e le repliche alle copie. Essere presenti all’inaugurazione costituiva (e costituisce) motivo di prestigio sociale. Significava (significa) appartenere a un èlite, l’èlite degli invitati, o delle autorità, la stessa èlite che può vantarsi di tenere appeso in casa un Modigliani e non il poster di un Modigliani. Poi vennero il cinema e la fotografia: l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. Originale? Copia? La stessa cosa. Prima visione? Replica? Nessuna differenza. Il senso inaugurale dell’evento capostipite rimase inscalfito soltanto a teatro, luogo che si cominciò a considerare come sacrario della vecchia società bene, una delle vestigia da preservare dall’imbarbarimento della modernità. Se ne accorse la televisione, che ne recuperò il fascino aristocratico proponendo già al suo nascere un valore assai differente per le trasmissioni “in diretta” e le trasmissioni “registrate”. Guardare i varietà o le partite in diretta corrispondeva, in forma surrogata, e dunque cheap, ad andare a teatro o allo stadio, essere lì, appartenere al novero ristretto di chi era ammesso all’evento. La replica possedeva un fascino minore, una specie di taglio di seconda scelta, qualcosa di cui era possibile accontentarsi in mancanza di meglio, sinonimo di fruizione a buon mercato, prezzi popolari. La netta differenza di valore tra diretta e replica fece da spartiacque molto a lungo, al punto che quando, all’inizio degli anni ottanta, si fecero avanti le prime tv locali, e poi l’allora nascente mediaset, il monopolio rai volle garantirsi una sorta di ius primae noctis, specificando che queste non avevano titolo per le dirette su territorio nazionale. Per quasi un decennio, alle emittenti non pubbliche toccò ricorrere allo stratagemma della “differita”, una quasi diretta, cioè, in cui l’evento veniva trasmesso con appena qualche secondo di ritardo. Anche quando le nuove leggi sulle frequenze resero possibile la diretta nazionale ai soggetti privati, si continuò a tenere in grande considerazione la diretta: la si stimava il “clou” di ogni palinsesto, pubblico come privato. Le repliche andavano in onda la notte, per riempire vuoti nella programmazione, riproposizioni del già visto che allettavano un pubblico di insonni o, al limite, di amatori, di antiquari in cerca dell’oggetto desueto. Il fascino della replica era il fascino della vecchia soffitta.

Youtube, il video on demand, i decoder con hard disk e lo streaming on line ribaltano per la prima volta un concetto antico di almeno un secolo e mezzo. La diretta vale improvvisamente meno della replica. Il fruitore moderno è disposto perfino a pagare uno quota addizionale di abbonamento, pur di poter assistere a repliche su comando. Come con i vecchi vhs, ci si garantisce la possibilità di visionare l’evento in un secondo o terzo momento, senza dover rinunciare a un altro evento, concomitante e non rinviabile, e senza dunque dover scegliere tra l’uno e l’altro. La diretta perde cioè bruscamente valore di fronte alla possibilità di un tempo fatto su misura. Quell’evento, trasmesso a quell’ora, mi coincide con la palestra, intacca cioè il mio dominio assoluto sulla giornata (o almeno il mio desiderio di dominio assoluto sulla giornata, ma la cosa porterebbe il discorso troppo lontano). E in una società che punta a colonizzare ogni singolo istante del tempo libero, considerandolo territorio di conquista del marketing, ogni mio desiderio è un ordine, solo io posso modificare il mio tempo. Solo io devo sentirmi padrone di decidere quando fare cosa. Lo streaming, youtube, e ogni altro dispositivo di storage, cappottano l’idea stessa di privilegio, drogandola, spingendola oltre. Se essere lì, al momento in cui l’evento prendeva corpo, significava appartenere alla cerchia di chi contava (con la diretta televisiva a fare da surrogato di questo privilegio) lo streaming vende l’illusione di un spettacolo a corte: loro vanno in onda per te, quando vuoi tu. Assistere allo spettacolo in replica, on demand, è una pia illusione di dominio e un concreto portato della frammentazione sociale. La tecnologia aiuta il processo di sfaldamento del tempo, che tende ad abolire dalle giornate i momenti di iato, le cesure (il pranzo alle 13, la cena alle 2o, la tv alle 20 e 30), rendendole un continuum di liquido consumo. Spazio e tempo non sono più le categorie del sociale. La tecnologia, che ha dimostrato già da subito la sua capacità di isolare gli individui nello spazio, sottraendoli alle piazze, ai caffè, ai bar, ai circoli di conversazione, e poi piano piano perfino ai negozi, al mercato, ai luoghi della compravendita, si rivela formidabile anche nell’isolarli nel tempo. Se tal giorno alla tal ora ci trovavamo tutti, se pur ciascuno a casa nostra, davanti allo schermo a vedere cosa succedeva nel mondo tramite la tv, oggi non è più così. Ognuno guarderà quell’evento nel giorno e nell’ora che meglio gli si confà, separando la sua visione dal resto delle visioni, il suo sguardo dal resto degli sguardi. Vero è che questo moltiplica il numero di individui cui sarà possibile fruire dell’evento, e crea dunque nuove potenzialità comunicative (il che apre scenari esaltanti dal punto di vista politico, vedi primavere arabe e dintorni) e commerciali, nuove possibilità di raggiungere chi non era possibile raggiungere, rendendo di fatto possibile il viaggiare nel tempo, con lo spettatore che recupera l’evento e l’inserzionista che recupera lo spettatore. Ma è vero anche che questo frammenta, deprezza, sminuzza l’impatto emotivo, a caldo, che l’evento aveva sul pubblico radunato, caratteristica principale dell’evento in diretta. Per rendersene conto basta immaginare una partita di calcio giocata identica in 50.000 stadi con dentro ciascuno stadio un solo spettatore. Quanto sarà forte l’urlo di quell’unico tifoso nel momento in cui la sua squadra segnerà un goal? Sarà più o meno intensa la sua gioia? Sarà maggiore o minore la sua rabbia per il rigore non concesso? Frammentando il tempo, in uno spazio già frammentato, si frammenta la partecipazione, e si spezzetta l’intensità.

Non è un caso che a questo punto nascano i social network. E spopolino. A cosa mira il social network? Alla stessa cosa cui mirava la diretta tv. La diretta tv voleva surrogare la presenza fisica all’evento, prendeva di peso l’hic et nunc e lo trasferiva in casa  nostra. Il social network vuole surrogare la partecipazione, che con la caduta della diretta è andata perduta. La sua parola chiave è “condivisione”. “Condividi” è l’imperativo che ossessiona facebook e twitter. Se io guardo questo spezzone di telefilm da solo, se ascolto un brano di quel concerto alle tre di notte in camera mia, ho necessità di ripristinare un livello emotivo adeguato alla  situazione cui sto assistendo: ho bisogno di ricreare la diretta, di condividere con qualcuno il mio status di spettatore, di essere spettatore insieme ad altri spettatori. Ho bisogno di qualcuno al mio fianco cui poter dare di gomito quando sento una battuta che fa ridere. Ecco perché il social network riscuote un successo così enorme. Consente, in una forma surrogata, una fruizione di gruppo nell’isolamento spazio-temporale in cui è immerso lo spettatore nella società dello spettacolo due punto zero.  Fino a circa un lustro fa, ci si sentiva meno soli sapendo di stare guardando, ognuno per conto suo, la stessa luna. Da ora in poi, il massimo della simultaneità sarà fotografarla con l’I-phone e postarla con sotto la didascalia: “Un minuto fa, io ho guardato questa luna. Ora guardala tu”.

Solo che nel frattempo quella luna non è più la stessa. La diretta, richiamando tutti allo stesso evento nello stesso momento, è l’unico tempo reale possibile. Quello di tempo reale  è un concetto che ha senso solo quando l’attenzione di tutti è rivolta a un dato accadimento nello stesso istante. Necessita di una quota di concentrazione assoluta sull’evento in corso, ottenibile solo quando si è parte di una moltitudine radunatasi appositamente per quell’evento. Perdendo d’importanza la diretta, si palesa il paradosso. Una società che ha viaggiato a folle velocità verso la diretta di tutto, col culmine parossistico del Grande Fratello, sembra precipitare verso la replica, la differita. Al di fuori di una fruizione fisicamente condivisa nel tempo, cioè la diretta come l’abbiamo conosciuta, si sgretola l’attimo, si scinde l’atomo e non esiste più il presente, anzi l’eterno presente, cioè l’ideale assoluto cui anelavamo in massa, produttori e fruitori, di merci come di contenuti. Il tempo reale continua a essere il valore  supremo inseguito dall’informazione, che twitta tutto quello che succede proprio mentre succede (a twitter pare si ricorra essenzialmente per approvvigionare le notizie, è una specie di ansa con già il commento della firma), mentre l’intrattenimento punta deciso verso il proporsi da subito come passato, come archivio: lo spettacolo va ormai in onda praticamente per essere messo su youtube, e diventare tale e quale a un altro spettacolo andato in onda dieci anni fa: tanto lontano quanto eternamente disponibile, nel giorno e all’ora che vuoi. Lo spettacolo va in onda più per chi non c’è che per chi c’è, insomma. Infatti il Grande Fratello chiude, non fa più ascolti. E gli show di notizie come Servizio Pubblico vengono, o verranno presto, seguiti più su twitter che in tv. Fino a oggi spettacolo e informazione viaggiavano sullo stesso binario, di pari passo. Oggi sembrano separarsi, prendendo direzioni opposte.

Forconi in Sicilia (edizione mi prenderete per stanchezza)

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Sta diventando una specie di rebus emozional/intellettivo. Ha il merito di far riflettere, certo, e questo è già tanto, tantissimo. Guardi i tg, li vedi là, vedi quelle facce, quella dignità a pezzi ma che ancora tiene, con l’attack, col bostik, col silicone, con la sputazza, ma tiene, e pensi che forse è vero che non hai capito niente. La gente è quella, è là, e non c’è la gente sbagliata o quella giusta. Tutti i distinguo che hai fatto ti sembrano scuse, vigliaccate, esercizi oziosi, dimostrazioni di quanto sai essere sottile, di come a te no, non la si fa, inutile che ci provate, la mia testa ancora funziona bene, nonostante tutta l’acqua che ci avete messo dentro. La gente è là, e no, non è la gente che vorresti tu. Non è la gente che hai sempre desiderato si svegliasse, la tua gente, quella che hai disegnato ricalcandola sul modello delle persone che conosci, che stimi, che ti piacciono. La gente è là, alla rotonda, ferma allo spartitraffico, e di bello non ha niente. Perché, scusa, me lo spieghi perché dovrebbe averci qualcosa di bello? La gente è come te, la gente sei tu, che, diciamocelo, ti sei visto? Fai proprio cacare. E invece dalla gente pretendi, eccome se pretendi: pretendi la coerenza, pretendi che non corra da Grande Sud solo perché ha fame e non ce la fa più, pretendi che capisca, che cambi mentalità, che diventi consapevole, matura, civile, moderna, democratica. Pretendi la bellezza. Pretendi che somigli alla gente che tu vorresti che fosse la gente. Sei un bambino, sei. E l’erba voglio non cresce neanche nel giardino del re, te l’hanno detto mai? La gente è là, è quella là, ed è quello che è, e se non ti piace è un problema tuo, non della gente. La gente è clientela, la gente cerca raccomandazioni da questo o da quello, la gente spera in Micciché, in Dell’Utri, in Lombardo, la gente prende tutti per gran cornuti e poi prende il voto e corre a portarglielo a quei gran cornuti.  Tu invece che gente vuoi, me lo dici? La gente che ha letto il capitale? La gente che la sera va ai cineforum su Ejzenstejn? La gente che quando sente Alfonso Signorini si chiede che cosa stia dicendo e di chi stia parlando? La gente che sa distinguere il popolare dal populista? La gente che certa gente non ce la vuole in mezzo alla sua gente? Be’, quella gente non c’è. Quella gente è chiusa a casa come te, a scrivere su un blog quanto sbaglia la gente a essere la gente. Io vi odio forconi. Io vi odio come gli innamorati odiano quella che non gliela da. Io vi odio perché non vi lasciate amare.

Forconi in Sicilia (edizione post Gad Lerner)

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Non è manco colpa loro. Forse è che se sei siciliano lo capisci, altrimenti niente. Chi era che diceva la Sicilia come metafora? Sciascia? Ecco, appunto, neanche. La Sicilia come sciarada. I forconi li puoi leggere solo se hai una vaga idea del codice, come quella sezione della settimana enigmistica con le parole crociate crittografate: due, tre lettere, per potere cominciare, hai bisogno di sapere a che numero corrispondono, sennò come fai? I forconi sono una rivolta. Ma sono una rivolta verso le poche, pochissime cose che funzionano (cominciano a funzionare) e non verso quelle che non vanno. I forconi si ribellano proprio perché qualcosa, lentamente, sta cambiando.

1) I partiti di governo sono in crisi. Tutti. A qualunque livello, nazionale come regionale. C’è un vuoto di potere. E qua chi comanda lo dobbiamo sapere prima degli altri. L’abbiamo sempre saputo prima degli altri. Lo abbiamo deciso noi per gli altri. E ora che non lo sappiamo protestiamo perché lo vogliamo sapere. Che è ‘sta confusione?

2) La legge antiriciclaggio, lanciata da Prodi, e poi la tracciabilità dei pagamenti, creano un po’ di difficoltà a chi prima faceva comodamente (=crisi del lavoro nero, delle bustarelle etc)

3) Il governatore Lombardo, cataniocentrico, spoglia a Cristo e veste a Maria, scontentando Palermo (ho detto: Palermo, la città egemone da sempre)

Ed ecco qua i forconi. I forconi sono la creatura concepita da partiti storicamente di governo, che ora si tramutano in partiti di lotta. Lotta per chi? Per loro. Gli serve ossigeno, per sopravvivere. Gli servono soldi. Perché? Per la crisi. Che in Italia (e massimamente in Sicilia) non è crisi economica, ma è crisi politica. Perché? Perché la nostra crisi è la crisi del debito pubblico. E questo debito pubblico da dove viene? “Viene dagli stipendi e dai privilegi della casta”. Minchiate. “Viene dalle pensioni, dall’articolo 18 e dal welfare lussuoso che siamo concessi”. Minchiatone. Viene solo dalla politica clientelare. Il debito pubblico c’è perché da sempre le risorse vengono spese a coppola di minchia per creare carrozzoni che creano clientele. Avrebbero potuto tenersi tutti i vitalizi e le pensioni oscene del mondo, se solo non avessero creato enti inesistenti e posti di non lavoro, utili solo a garantirsi un elettorato fedele nei secoli dei secoli.

- Che fai, voti davvero quello lì?

- Certo.

- Ma è un mafioso!

-Cu mia ha statu n’amicu.

Commesse, appalti, enti regionali, uffici pubblici, province, poltrone, poltroncine, seggioloni e seggioline, seggi, “seggie” e “seggie a sdraio” in consigli d’amministrazione di società partecipate, miste, shakerate, ermafrodite, fatte apposta, su misura, costituite in fretta e furia dal notaio dieci minuti prima di fare approvare il bando alla regione, e sistemare con quel posto pippo, enzo e turuzzo che me l’hanno chiesto per portarmi x voti e x guantiere di cannoli quando viene Natale. Ecco come si sono spesi i soldi. In prebende che garantissero elezioni e rielezioni. In elemosina agli affamati e in regali ai potenti. Da qua viene il debito pubblico in Italia, e in Sicilia (in Sicilia, poi…). A questa nazione in generale, e a quest’isola in particolare, chiudigli i rubinetti (e non perché glieli vuoi chiudere, sia chiaro – che poi magari qualcuno si illude – ma solo perché è proprio finita l’acqua), togligli la possibilità di usare i soldi pubblici per creare clientele e vedrai che parte la rivolta. Berlusconi è stato una specie di accanimento terapeutico: dove soldi non ce n’erano più, ce li metteva lui, di tasca sua, e si pagava il consenso da solo. Ma ora dov’è? La rivolta è seria, vera, popolare e autentica. Perché qua funziona così, ha sempre funzionato così: il popolo in coda dal politico. Dal politico che può, non da quello che non può. E ora che anche il politico che può non può più niente, che si fa? Si protesta tutti insieme. Il sistema vecchio sta saltando, e non si intravede ancora quale sia quello nuovo, troppo lontano all’orizzonte. Ecco perché alla protesta si saldano a meraviglia gli autonomismi mezzi mafiosi: perché siamo nel panico, e magari, se ci lasciate fare da soli, facciamo a modo nostro, come siamo abituati a fare, che per funzionare, funzionava. I forconi hanno mille ragioni e non ne hanno nessuna. I forconi siamo noi, questa regione che parla “c’u trasi e nesci”, con quelle formule che possono significare questo come quello, che ti consentono di dire due cose opposte con la stessa identica frase, dichiararti dentro e chiamarti fuori, a seconda di come si mette. Alla loro testa, che loro lo sappiano o meno (e lo sanno, lo sanno), ci sono quelli bravi a fare questo giochino. Gli altri non servono. Fanno solo confusione. Diteci chi comanda. Diteci subito a chi dobbiamo chiedere. Diteci dove dobbiamo andare. Perché altrimenti blocchiamo tutte le autostrade. E non si va proprio da nessuna parte. Che a noi piace puntare sapendo già chi vince.

Spring Semester 2012 IT IL 100 On Line Syllabus

Inserito il

Da dov’è che vieni, ragazzo?

Dall’Illinois, signore.

Solo due cose vengono dall’Illinois, ragazzo: i tori e le checche. Non vedo le corna, quindi…

Signorsì, signore.

Non ho sentito!

SIGNORSì, SIGNORE!

Sei qua per studiare italiano, ragazzo?

Signorsì, signore.

Non ho sentito!

SONO QUI PER STUDIARE ITALIANO, SIGNORE!

Me lo spieghi per quale motivo vuoi studiare italiano?

Veramente è obbligatorio, signore.

COSA HAI DETTO?

È OBBLIGATORIO, SIGNORE!

Aspetta, aspetta: quindi non l’hai scelto tu?

Ehm, no, signore.

Ah.

Eh.

E a motivazione come sei messo?

Maluccio, signore.

Maluccio, eh? Com’è che sei venuto qua in Sicilia, allora?

Mah, dicono che qua fai un po’ come  ti pare, non ci sono regole, si possono bere alcolici pure prima dei ventunanni, la droga si trova per strada, nelle università per stranieri ci si assassina tra noi…

Insomma, sei qua per il brivido?

Sì, signore. Per quello e pure per l’anarchia.

Quindi la Sicilia è un posto dove non ci sono leggi?

La Sicilia, l’Italia, direi.

Ah.

Eh.

Quindi se faccio il sergente di ferro sembro ridicolo?

Non è granché credibile, signore.

Ah.

Eh.

Che faccio allora? Provo a fare il padrino?

Magari.

Senti, nella famiglia ci entri ma dalla famiglia non ci esci, mi sono spiegato?

No, signore.

Tu ora qua non puoi sgarrare, chi si mette contro la famiglia ha più nemici che amici, hai capito ora?

Usa un linguaggio troppo simbolico, signore. Sono americano, non ci arrivo.

T’abbrucio a machina, ti spariggiu a famigghia.

Non possiedo l’automobile, signore. E i miei parenti sono tutti oltreoceano.

Ma che minchia dici?

La verità, signore.

No!

Sì!

Sei a piedi?

Già.

Ma sei scimunito? Me lo potevi dire, scusa, che ti davo un passaggio.

Ho fatto una passeggiata, signore.

Ma chi sì pazzu? Tutta ‘sta strada a peri?

Abito a cinquecento metri, signore.

La prossima volta telefona, capito?

Cammino volentieri, signore.

Cose di impazzire. Ma hai mangiato, almeno?

Non ancora, signore.

E t’ha fattu tutta sta strada senza nenti na panza?

Sono solo le nove del mattino, signore.

E manco ‘na granita, ‘na raviola, ‘na bumma fritta ca cioccolatta?

Ho bevuto del succo d’arancia, signore, con dei cereali.

E chi sì, ‘na iaddina?

Io sarei qua per studiare italiano, signore.

Ma non eri qua per l’anarchia e le droghe leggere, cinque minuti fa?

Sì, ma ho cambiato idea.

E come mai?

Pensavo si potessero prendere quelle e basta.

E invece?

E invece no.

No?

No, mi tocca sorbirmi pure il familismo alimentare e il dover dipendere in eterno da qualcuno pure per potere fare una passeggiata.

E che ci fa?

Niente, ma sono americano.

Ma sei sicuro che non c’hai manco un nonno di Ciuriddia? In America ci sono milioni di ciuddiani.

Non lo so, dovrei guardare l’albero genealogico.

Ma tu ri cu si figghiu?

Eh?

A cu appatteni?

Ah! Ju sugnu u niputeddu  ’ra zà Pippina, chidda ca stava i facci o sbaccaturi…

Oh disgraziato! E nunn’u puteutu riri prima?

E chissacciu ju.

Veni ca, amunì, pigghiamuni ‘n café.

E il corso di italiano, signore?

A nenti, appoi ci pinzamu.

Appoi?

Appoi, appoi. Cu campa paja.

E cu more è cunnutu.

Bravo, gioia. M’ha piaciutu. Amunì. Picciò, unn’è ca stava a zà Pippina?

I facci o sbaccaturi…

Pubalgia canaglia

Inserito il

Dovrebbero mancarmi quelle col sole, come oggi. Invece sento una nostalgia pazzesca di quelle fatte sotto certi nuvoloni grigi, cieli così bassi da toccare quasi me, che sono nano. Quelle cominciate infilandosi il k-way prima di uscire, perché tanto è sicuro che a metà percorso poi viene a piovere. Mi mancano tanto pure quelle fatte per ostinazione, la sera alle dieci e mezza, quando ormai la giornata era finita e sembrava non esserci stato tempo, ci avresti dovuto rinunciare e invece, ofanculo, usciamo lo stesso. Fuori si ghiaccia, oppure è tutto bagnato, le macchine ancora schizzano fango dalle pozzanghere. Mi manca bestemmiare me stesso per essermi convinto di nuovo a farlo, pure se non volevo, non era il caso, sei un cretino. Certi pomeriggi di febbraio, neri di tramontana, il lungomare Alfeo, che è un lungomare per modo di dire, è  un cortomare, con quella umidità da allerta meteo, la nebbiolina che l’isola manco la vedi e spunta fuori solo il neon violaverde del Carrefour, i bar tutti chiusi, le panchine divelte dai picciriddi accannati, le scarpette che scivolano sulle cacate dei cani, la discesa della fontana, fatta a tutta per recuperare sul cronometro quando poi toccherà salire, i villini deserti, giù alla Marina, con le magnolie che sono una foresta e il guano dei piccioni a terra che diventa saponetto, la solitudine che ti viene dietro pure se cambi passo, pure se acceleri fortissimo, come il sudore, che non ce la fa a uscire dal k-way e ti resta là dentro, tutto appiccicato addosso, insieme all’acqua, al vento, alla salsedine, alla puzza di fogna che spruzza dalla banchina: è questo schifo che mi manca. È la parte brutta della parte bella che mi da la misura di cosa mi sto perdendo. La sofferenza che c’era nel piacere. Il dolorino sordo al tibiale quando cominciavo subito forte, senza giusto riscaldamento. La fitta al bacino quando un molosso spuntava fuori dal nulla e mi costringeva a scartare all’ultimo momento. Picchiare con la mano sul cofano di una macchina che non ti voleva fare attraversare. Le ripetute da tre chilometri, quattro volte, con il riposo attivo di quattrocento metri, torture che manco a Guantanamo. Mi manca il difficile, le salite di tremilia, la rampa di Acradina, gli sforzi di volontà. I posti brutti che attraversavo per arrivare in quelli belli. I marciapiedi della Pizzuta per prendere la panoramica. Il viale Paolo Orsi per infilarmi al Ciane. La gente che ti sfancula perché gli fai perdere tempo. O che ti sfotte, ti offende, si diverte a odiarti o a sminuirti. Perché tu c’hai questo passo regale, da imperatore. E ti stai prendendo la città, gliela stai portando via, e loro possono solo rosicare. Perché è tua, la stai circondando con una specie di nastro invisibile e ti ci stai impacchettando una confezione regalo. Lo stai facendo mentre piove, c’è un freddo porco, lei è tutta lurda, fradicia, con la munnizza ammonticchiata nei cassonetti, o che si scioglie in liquame agli angoli delle strade, nella zona balneare, le erbacce, le ortiche, le case diroccate, le minchie disegnate sui muri mezzi caduti. Tu sei uscito a dirle che la vuoi così, oggi che fa schifo, che non la guarda nessuno, che è senza trucco, che non si è lavata i capelli, che ha la febbre ed è rimasta in vestaglia, coi bigodini in testa e il moccio che le cola giù dal naso, i brufoli, gli occhiali, una depressione che la rende odiosa, una piula, un lamento continuo, e tu invece sei corso là a chiedere la sua mano, ora subito adesso, a Las Vegas, che ci si sposa in un attimo. E lei non ci può credere, le sembra impossibile, ti salta addosso, tutta ingrassata, peserà cento chili, e ti dice portami via, andiamo lontano. E certo che ti porto via. Me le sono messe apposta le scarpette. Secondo te che corro a fare tutti i giorni? È una vita che mi alleno apposta. Per scappare con te.

Forconi in Sicilia (edizione ora bonu chiù)

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La protesta dei forconi ha vissuto (vive?) più di social network che di tv e stampa. E sì, la primavera araba, gli arabi in Sicilia, il cuscus di San Vito, una fazza una razza, e patapìm e patapàm. Minchiate. Ai social network, all’informazione dal basso ci si ricorre per disperazione. Se non trovi la sorgente, ti bevi la pozzanghera. Le notizie postate da tutti noi, cittadini improvvisati reporter e commentatori, sono (a quanto pare è possibile) ancora più distorte di quelle ufficiali. Si distorcono da sole, nella polifonia di canto e controcanto, di sentito dire e visto di persona, nella bassa definizione di immagini ballerine fatte con l’Iphone. Nascono confuse e si confondono ancora di più confrontandosi con le altre, smentendosi e poi contraddicendosi, ritorcendosi, elidendosi, autoavverandosi. Sono troppe e sono troppo soggettive. Sono opinioni a tanto al chilo. Ci vuole il professionista. Ci vuole quello che ha il polso della situazione da sempre, e sa valutare l’entità della variazione in corso. Uno cioè  che conosce il quadro pre-esistente al fenomeno, quindi riesce a rendersi conto di cosa succede in quel momento, e poi a prendere posizione, motivandotela pure. Il tutto in soli cinque minuti, quelli che ci vogliono per uscire con l’articolo o andare in onda. Quella sua posizione, poi, orienterà le altre: pro, contro, così così, 1, x, 2. Mancando l’occhio professionale (prezzolato, anche, va bene uguale) si va allo sbaraglio, si litiga fra noi, si supportano le opinioni citandone di altre, improvvisate quanto la nostra. I giornalisti di professione hanno ancora motivo di esistere, facciamocene tutti una ragione.

Questa protesta ha una singolarità, che forse avevano pure quelle arabe, non lo possiamo sapere, non ce lo diranno mai: in pratica presenta se stessa in maniera rovesciata. Il risorgimento ci ha abituati a piccoli gruppi di illuminati che, dopo innumerevoli vani tentativi, finalmente riescono a sobillare le masse verso la liberazione di se stesse. Qua è al contrario: masse di bifolchi pretendono di sobillare gruppetti di intellettuali borghesi, chiamandoli alla rivolta. Ecco, non si può fare. Tu puoi pure andare da un maitre a penser con le tue scarpe intartarate di fango e spiegargli il perché e il per come non ce la fai più ad arrivare a fine mese, e quello ti riceverà nel suo salotto, ti offrirà il tè coi pasticcini e ti ascolterà con tutta l’attenzione di cui è capace, perché gli interessa, perché è là per quello, e il salotto se l’è comprato apposta per farselo inzaccherare da te. Però non gli puoi spiegare dove bisogna andare, qual è la ricetta per uscirne, cosa deve fare per te. Quello è il mestiere suo. Quindi gli unici che troverai disponibili a mettersi alla tua testa e portare le tue ragioni nel palazzo saranno quelli sbagliati: i populisti. Quelli cioè che ti dicono, è vero, c’hai ragione, c’hai. Tu dammi il voto, e poi vedi se non glieli faccio uscire quei due miliardi di euro a fondo perduto per l’agricoltura in Sicilia, a quegli strazzacarte di Bruxelles. I populisti non si ribellano con te. I populisti ti comprano all’ingrosso. Ti chiedono: quanto vuoi per tutta ‘sta baracca di voti, trattori compresi? Fanno un prezzo, pochi, maledetti e subito, e tu, che sei alla fame, o lo accetti o lo accetti. Possibile che dopo quarant’anni di DC, venti di Berlusconi e duecento di mafia ancora non lo si sia capito?

Poco importa, quindi, se questa protesta sia stata direttamente concepita dai vari Grandi Sud, Mpa, Noi Sud, o se questi la abbiano cavalcata dopo. Il punto è un altro. Il punto è che non è giusto, non è possibile (sempre se c’hai una testa, è chiaro, altrimenti è come andare allo stadio ad accapparsi coi catanesi perché sono catanesi), sposare una rivolta per il semplice fatto che è una rivolta. Mi ribello perché ho un’idea di mondo, di società, di economia, di stato. E nessuno può pensare che l’idea di mondo dei centri sociali e quella di forza nuova possano marciare insieme perché tanto siamo tutti alla fame. La fame non ha mai messo, non può, mettere d’accordo nessuno. Le idee politiche che dividono i parlamenti in destra, sinistra e centro, sono nate come proposte per uscire dalla fame e metodi per non tornarci mai più. Ovvio? Mica tanto. I ragazzini ascoltano su youtube il tg di un altro ragazzino, bravissimo, che riduce destra e sinistra a tifoseria. Da stadio. E dice cose tipo: se ci mettiamo a tifare per destra e sinistra non riusciremo mai a cambiare le cose. Tifare, sì, sì: dice proprio tifare. Questa cosa dei giovani che non solo non capiscono una mazza di niente, ma ti spiegano pure che è giusto non capire una mazza di niente è strettamente collegata al primo punto, quello sull’informazione dal basso. Se frammento le mie idee, e con loro il mio cervello, fino a ridurli a opinione sulla singola domanda: è giusto pagare il gasolio due euro? Allora mi risponderò che no, non è giusto, e finirò per scendere in strada con Gennuso e forza nuova. E poi? Dove porta quella strada? No, grazie. Io resto a casa. Quando arrivi, telefona.

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