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Archivi del mese: ottobre 2011

Dolcetto o cassonetto?

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Ieri sera, dopo l’intervista a Sky del ministro del welfare sono andato a buttare la spazzatura sotto casa. Ho incontrato il ghost writer di Sacconi che era lì lì per cestinare un importante documento segreto e ci siamo messi a chiacchierare.

Io – Ciao, Casper.

Lui – Ciao, Ignatius, tutto a posto?

Io – Sì, sì, butto la munnizza. Tu che fai?

Lui – Niente, c’avevo in casa ‘sto promemoria top secret e sono venuto a smaltirlo qua.

Io – E com’è? Stavolta Wikileaks non ti ha offerto niente?

Lui – Macché, c’è la crisi.

Io – Vabbe’, io c’ho due euro e cinquanta spicce, che facciamo me lo dai?

Lui – Dammi solo i due euro, che i cinquanta mi danno impaccio in tasca.

Io – Tiè qua.  E grazie, eh.

Lui – Ma figurati, quando vuoi.

Io – Comprati un lenzuolo nuovo, che questo sta fetendo.

Siccome ho una deontologia professionale cui attenermi, prima di pubblicarlo ho verificato l’autenticità del documento sottoponendolo a uno stringente interrogatorio.

Io – Sei tu il documento vergato dagli assistenti di Sacconi a scopo promemoria per l’intervista di stasera ripresa dai tg di tutta Italia?

Documento – (nessuna risposta)

Io – Chi tace…

Documento –  Intendo avvalermi del quinto emendamento

Io –  In Italia non c’è. Oppure si chiama in un altro modo.

Documento – Quella cosa là, insomma.

Io – Puzzi di bufala. Vieni da Battipaglia?

Documento – (crolla) Basta, mi hai scoperto, sono io.

È roba che scotta. Si tratta di una lettera che contiene una storia d’Italia sintetizzata oltre le righe minime previste dalla legge Bignami. Il documento è coperto dal segreto di stato, e il suo contenuto è stato protetto inserendolo in tutti i sussidiari di scuola elementare e media, per essere sicuri che nessuno lo legga mai. L’utilità per la comprensione dei fenomeni di violenza di piazza attuali è enorme, e qualora venisse divulgato, la stabilità sociopolitica del paese ne risulterebbe gravemente compromessa. Per questo motivo noi di Aciribiceci, prima di procedere alla pubblicazione, ci siamo comprati un grosso cestello di pop corn e abbiamo piazzato una poltrona davanti alla finestra, pronti per goderci la visione dei prossimi tumulti.

Ill.mo Ministro della Repubblica,

eccoLe in sintesi al punto 1 gli snodi critici della storia recente di cui Ella deve dissimulare la conoscenza, onde  poter procedere al punto 2 con noncurante disinvoltura.  

1.

1943. Finisce la II guerra mondiale e contestualmente comincia una guerra civile fra fascisti e partigiani.

1948. Nasce la costituzione italiana con grande apporto dei comunisti e massima attenzione ai pericoli di un ritorno fascista. Conservatori e democristiani si organizzano in istituzioni parallele che vanifichino le cautele della Carta.

1970 e sgg – In un paese mai pacificato, dilaga una nuova forma di guerra civile, combattuta  sotto forma di terrorismo rosso (popolare)  e nero (di stato). Forze dell’ordine e servizi segreti, per contrastare forme di protesta considerate filo sovietiche , vengono fortemente indottrinati al credo squadrista di Gladio, P2 e altre fanatiche associazioni deviate. Divengono violente, antidemocratiche e prevaricatrici.

2001- Il G8 si tiene a Genova. Le forze dell’ordine italiane si macchiano di crimini contro l’umanità, aggravati da cori, insulti, minacce e torture tutte di stampo neo-fascista. La caserma di Bolzaneto supera Guantanamo e diviene luogo in cui tutti i diritti democratici sono sospesi e si è in balia del potere costituito.

2011 – La crisi economica spinge in piazza parecchie persone, tra cui molte di quelle presenti al G8 di Genova che, memori dei pestaggi indiscriminati e delle sevizie di stato, nutrono fondati pregiudizi verso celerini e carabinieri. Si scende pronti agli scontri e, talvolta, perfino assetati di vendetta.

Punto 2

Omesse le verità di cui al punto 1, pesti con forza sul pedale della violenza teppistica di qualche settimana fa, facendola apparire gratuita e immotivata, e proceda quindi a una requisitoria sui pericoli di un ritorno al brigatismo. Abbondi con gli spettri e i presagi, che tanto siamo alla vigilia di Halloween e fanno colore.  In caso di difficoltà, si segni il numero di Giuliano Ferrara, che stasera mi arriva a Canterville il Ministro americano Otis e devo partire subito per fargli la festa di benvenuto.

L’autore di questo articolo e la redazione si appellano al diritto di cronaca e declinano ogni responsabilità  in merito a  sommosse, defenestrazioni ed eventuali furti di autoradio.

Giuliano gioca con Casper ad acchiappa acchiappa

Impressioni di ottobre su quelle di settembre

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Scritta nel 1971 da Mussida e Pagani con testo di Mogol, Impressioni di settembre è forse l’unico esempio di canzone italiana perennemente futuribile. Fascinosa eterna incompiuta, vittima di una modernità radicale che la condanna a essere essa stessa la novità verso cui viaggia, da quarant’anni reclama cover che la collochino finalmente in quell’avvenire per cui era stata concepita.

Il tipo di bellezza che si sprigiona quando qualcuno tira il freno a mano all’universo e manda in testacoda il tempo, lasciando sull’asfalto tracce di copertone decifrabili solo per le generazioni successive.

Le tv ammazzano il sabato

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Se il sabato sera sei a dieta, non puoi uscire con gli amici a mangiare la pizza. E non puoi neanche raggiungerli per quel banchetto a base di lipidi e grassi saturi idrogenati che loro si ostinano a chiamare aperitivo. Sei condannato senza appello a casa, davanti alla tv, a guaire dalla fame già dal preserale. Quindi come minimo a partire dal tg3 delle sette e mezza comincerai a sgranocchiare carote come un coniglio mannaro, nella fallace speranza che l’universo acceleri di colpo verso l’ora di cena e tu ti possa finalmente sedere a bere la zuppa di sostanze verdi non meglio identificate (al momento unico possibile oggetto dei desideri tuoi e delle tue ghiandole salivari maggiori) prevista come pasto serale. Una volta realizzato di non possedere affatto la tempra del partigiano, abbandonerai ogni strenua resistenza, ed è stimabile che al massimo entro la fine di Blob avrai ormai digerito la cena. Ciò può provocare quello che l’Organizzazione Mondiale per la Sanità definisce come abbiocco prematuro: anziché cominciare a fare bolle dal naso dalla seconda serata, attaccherai già in prima. Ti sveglierai quindi a un orario in cui, di norma, sei solito emettere quei rantoli cavernosi che ti resero inviso all’intero condominio e famigerato in tutto il quartiere. E più o meno intorno alle ventidue, perfettamente sveglio, apprenderai con sorpresa che il sabato sera in tv si può guardare o Piero Angela o un omicidio. Se la crisi ipoglicemica innescata dalle tue aspirazioni estetico-ascetiche non ti inibisse il funzionamento dell’emicefalo sinistro, potresti abbozzare una statistica. Salta perfino a occhi assonnati che almeno sette tasti su dieci del telecomando si comportano come grilletti di un arma da fuoco. A ogni singola digitopressione assisti all’esplodere sullo schermo di teste, ventri, membra e altre propaggini anatomiche di corpi a te ignoti (e comunque in quello stato ormai irriconoscibili anche ai parenti più stretti). Le scene efferate si svolgono in contesti differenti, che vanno dalle futuristiche metropoli americane del Killinois alle amene cittadine inglesi del Deadforshire. Benché la zuppetta brodosa tenda a riproporsi nell’esofago a ogni colpo di machete, non demordi e ti affidi alla decennale esperienza acquisita nelle pratiche zapping per riuscire a cavare fuori dal video almeno due minuti filati senza sangue. Anche i polpastrelli più snodati rallentano però di fronte all’imperituro Un giorno in Pretura. La conduttrice, decana delle pettinature improbabili le cui fattezze ricordano la Montalcini e gli abiti Madame Blavatsky (o viceversa, tanto il risultato non cambia), ricostruisce, con un aplomb più da camera ardente che da aula giudiziaria, i riti cruenti delle bestie di satana. Ormai è quasi l’alba, ma tu giaci insonne sul divano a seguire le lezioni del Consorzio Universitario Nettuno, che di sabato, per uniformarsi al palinsesto, propongono  un master in delitto perfetto. Ti guarderai la panza, la troverai già meno gonfia, e prenoterai sin dal lunedì mattina la pizzeria per sabato prossimo.

Agorà Banco Frigo

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Siccome all’università ho studiato filosofia e da due settimane seguo una dieta punitiva ho deciso di mettere insieme le due cose e farne un post idiota. Le diete prevedono che si mangi molta verdura. Scegliere, pulire e cucinare la verdura non rientra però fra le attività speculative per cui mi sento tagliato. Quindi mi sfondo di surgelati. Il tempo che risparmio su cernita, mondatura e cottura, lo dedico a tre pratiche ben più fondamentali per lo spirito e la teoresi:

  1. Andare al supermercato
  2. Leggere nel dettaglio le etichette nutrizionali dei surgelati a base di verdura
  3. Fare la coda alla cassa elucubrando vaneggianti teorie alimentari

I passati di verdura distribuiti nella maggior parte dei supermercati sono quasi tutti prodotti da due case: Orogel e Findus. Quelli Orogel fanno veramente cacare. Quelli Findus sono buonissimi e hanno nomi erotizzanti che evocano più che altro profilattici supersottili, tipo That’s Amore. Mentre mangi quello Orogel bestemmi Dukan, la zona e i canoni estetici  cui hai deciso di attenerti. Mentre mangi quello Findus pensi solo che ne vuoi ancora. Il motivo è chimico teoretico. Alla Findus hanno scoperto l’ingrediente segreto, e lo spargono in tutte le loro ricette, dal brodo vegetale al filetto di pesce. Lo si avverte nitido e identico in ogni surgelato: è il buono assoluto. Qualunque sia la pietanza, quel sapore corrisponde all’idea esatta di bontà che gli umani possiedono innata. Gli aristotelici della Findus hanno trovato l’essenza del buon sapore, l’elemento che fa sì che ciò che è buono sia buono (come la dolcezza per i dolci) e lo cafuddano ovunque. Una zuppa alla merda Findus lascia quindi appagati come un cannolo alla ricotta di Cassarino. La cosa ha un che di platonico, e dunque d’inquietante. Se esiste un’essenza della bontà, deve necessariamente discendere dal Buono Assoluto. Più ci si avvicinerà all’Iperuranio, più la pietanza sarà buona, fino al momento in cui si potrà assaggiare l’idea stessa della bontà pura. In termini di sapore e di finitezza umana è un esperimento pericoloso, come tutti gli idealismi, perché uniforma, e dunque annulla le differenze. A spargere qua e là massicce dosi di ingrediente segreto, ci attende una notte buia dove tutte le vacche sanno di pere. Capo chimico del reparto cucina Findus  è tale Ingegner Antistene,  un greco un po’ invasato che vede la verdura ma non la verdurità, e che ci vuole educare il palato all’assoluto. Nel probabile caso in cui dovessimo assuefarci, sarebbe facilissimo seguire le diete, ma quasi impossibile godere mangiando. Platone era un genio, ma notoriamente non trombava mai.

Disoccupazione percepita

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Premessa/Avvertenza:

Quanto segue rifugge come la peste ogni analisi o dato che possa anche lontanamente dirsi fondato, o del benché minimo valore scientifico. A supporto delle illazioni qui esposte  – per le quali è fatto obbligo a chi legge che siano accolte come indubitabili verità matematiche – intervengono unicamente la per nulla penetrante osservazione e la per niente stringente logica argomentativa dell’autore, sufficiente a effettuare vani ragionamenti induttivo-inferenziali di qualsivoglia entità. Si invita per tanto a leggerle come si è d’uso fare con le cosiddette temperature percepite dei servizi meteorologici: in un contesto di caldo umido, a chi vi facesse notare che la temperatura reale è quanto mai sopportabile, probabilmente ingiungereste con una certa perentorietà di andarsene affanculo: c’è caldo, mi sudano le ascelle, temperatura reale un cazzo.

Disoccupazione Percepita

Se uno vuole vedere la disoccupazione in Italia deve comprarsi le lenti bifocali. Oppure girare con due paia di occhiali. Un paio serve per vedere le metropoli e uno per vedere la provincia. Per la disoccupazione metropolitana  servono le lenti da vicino, perché è un po’ troppo visibile. A volte ce l’hai sotto agli occhi e se sei un politico presbite -  i politici sono anziani – rischi che non la vedi. Ma comunque il problema si risolve perché la senti: se capiti a Roma, Napoli, Milano o Torino come minimo un corteo lo trovi. E nei cortei strillano, hanno i megafoni, suonano i tamburi, insomma se non te ne accorgi oltre che presbite sei pure sordo.

I cortei sono quasi sempre formati da gente che ha perso un lavoro, da gente che non ha un lavoro o, al limite, da gente che sta per ritrovarsi senza lavoro. Le metropoli, in pratica, brulicano di disoccupati. Quindi viene da chiedersi: ma perché ai disoccupati piacciono tanto le metropoli? E se proprio uno vuole una risposta, gli si può dire che è perché nelle metropoli c’è il lavoro.

Quindi tantissima gente che non ha lavoro in provincia se ne va a lavorare in una metropoli, e lì, poi, magari, dopo un po’ rimane disoccupata, si mette a protestare, e finisce in un corteo.

Ma nelle metropoli ci vivono molte meno persone di quante complessivamente vivono in provincia, per cui della metropoli ce ne frega fino a un certo punto.

In provincia la disoccupazione è quasi indistinguibile dall’occupazione e ci vogliono le lenti d’ingrandimento per notare le differenze, come nella settimana enigmistica. Più che disoccupazione è una specie di finta occupazione. Un finto occupato è uno che non ha un lavoro ma si comporta come se ce l’avesse. Si alza, si fa la barba, si veste bene, esce, saluta un sacco di gente, che la provincia è piccola e ci si conosce quasi tutti, e se ne va a non lavorare, chessò, nello studio di commercialista del papà. Oppure nella concessionaria di auto dello zio. Oppure in un ufficio che non serve a niente, ma che la regione ha allestito apposta perché lui possa fare il finto occupato. Poi, dopo un poco, lo zio – o il papà, o la regione – gli dicono di levarsi dalle palle che tanto non c’è niente da fare e lui si va a prendere un caffè al bar. Lungo.

Il ventisette si presenta in ufficio, o in banca, e trova una bella mensilità, che significa: tieni, sei stato un buon figlio (o un buon nipote, o un buon elettore) anche per questo mese. Lui prende i soldi e va a comprarsi qualche altro vestito, che per andare al non lavoro i vestiti gli servono, e un po’ di spicci li lascia da parte per il caffè lungo. Questa, la finta occupazione, è l’unica disoccupazione che vedi in provincia. Quella vera, i disoccupati che non fingono di essere occupati, ci sono, certo che ci sono, ma non li vedi perché vivono tutti insieme in certi quartieri dove – a meno che tu non sia un disoccupato vero – non si capisce perché cavolo dovresti andarci.

Prima – ma dire quando ormai è impossibile – effettivamente c’erano anche disoccupati veri che abitavano in centro. Ma questi rientrano nella categoria di quelli che se ne sono andati ad abitare in una metropoli  perché erano disoccupati, e di loro si è già parlato. Nei quartieri dei disoccupati di provincia, invece, ci sono quei disoccupati che sono talmente disoccupati da non essersi potuti comprare il biglietto per andarsene in una metropoli.

Comunque la cosa non è che sia poi così interessante, perché tanto, anche se ci sono non li vedi. E se una cosa non si vede è come se non esiste, o al limite, è una cosa della quale si può dire: “Ok, va bene, esiste. E allora?”. Il fatto che in provincia la disoccupazione non si vede spinge tantissimi giornalisti, economisti, statistici di istituti di ricerca a dire e scrivere che la provincia italiana è ricca. Anzi no, è opulenta. Ogni volta che si parla di una cittadina, e non di una città, vicino c’è questo aggettivo, che un po’ è simpatico e un po’ è stronzo, perché un po’ dice la verità e un po’ prende per il culo. Un po’ dice la verità perché in provincia sono rimasti solo quelli che ci potevano rimanere, e cioè:

-       Gli occupati (ricchi)

-       I figli degli occupati ricchi (finti occupati di tipo1)

-       Quelli che hanno votato uno che ha costruito un ufficio apposta per loro vicino a un bar (finti occupati di tipo2)

Un po’ però prende per il culo perché in provincia ci sono rimasti anche:

-       Quelli che non se ne sono potuti andare (ma tanto non si vedono)

Vicino all’espressione cittadina di provincia, più che opulenta ci starebbe l’aggettivo scremata, che però forse fa pensare troppo al latte, e gli statistici e gli economisti sono sempre pieni di intolleranze, anche alimentari.

Comunque la provincia italiana è scremata perché la gente che ha bisogno di lavorare per vivere ha dovuto andarsene a lavorare in una metropoli (visto che in provincia lavoro non ce n’era), e la gente veramente disoccupata vive nascosta in posti in cui se viene un reporter del sole 24ore mica è scemo che se ne va lì a vederli, perché, va bene, oh, ok, la disoccupazione è proprio brutta, certo, però se uno se la va a cercare poi che vuole?

Quindi, al massimo, se uno studioso viene in provincia vede un finto occupato. Ma quelli sono furbi, e vestiti in quel modo mentre bevono il loro caffè lungo, non lo diresti mai e poi mai che sono disoccupati. E la provincia italiana è opulenta.

In certe parti d’Italia però, dove i disoccupati in fuga dalle provincie sono talmente tanti che la metropoli vicina non basta più a contenerli, come per esempio Napoli, sta succedendo una cosa un po’ strana. Le città si allargano sempre di più, e allargandosi sconfinano nella provincia. Così, magari, un disoccupato di Caserta se ne va a stare a Napoli e poi si ritrova a vivere in un quartiere che è alle porte di Caserta. Quindi presto potrebbe succedere che la disoccupazione torni a farsi vedere anche in provincia. A quel punto, magari capiterà che i reporter e gli studiosi di statistica faranno qualche viaggetto nelle opulente cittadine di provincia e per la prima volta incontreranno un disoccupato vero, che si vede proprio che è disoccupato. Se succede, chiamatemi che devo riscrivere tutto.

A Pot That Doesn’t Melt

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Ci sono gli Stati d’America, che di fronte a crisi economiche, alluvioni o attacchi alle torri gemelle sono Uniti come acronimo prevede. E poi c’è l’Unione all’Europea, quella dove ci sono un francese, un tedesco e un italiano. Sarkozy ghigna con la Merkel mentre Roma e Atene giocano a rischiatutto. Un po’ come se, con New Orleans e l’Alabama sommersi da Katrina, Andrew Cuomo e Jerry Brown si dessero il cinque  scommettendo su chi affoga per primo. Ce li vedete?

 

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