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Spirometria di una presentazione (un post più ombelicale del solito)

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Domenica scorsa, per la prima (e credo ultima) volta in vita mia ho presentato un libro in una libreria (in condizioni così ideali che più ideali non si può: uno dei miei autori preferiti nella mia libreria preferita, il biblios cafè).

Parlare in pubblico mi imbarazza, sopratutto se qualcuno mi ascolta (per esempio quando insegno parlo in pubblico, però la classe non mi ascolta e non mi imbarazzo). Quando sono imbarazzato sudo. Principalmente mi sudano i palmi delle mani e le piante dei piedi. Per i piedi ci sono i calzini di spugna, e mi sono sempre chiesto perché non esistano i guantini di spugna per le mani. Comunque avevo un fazzoletto, cosa che non risolve il problema ma lo sottolinea: la gente vede che ti stai asciugando le mani e pensa ma che schifo, chissà da cosa si starà asciugando: un gesto che favorisce l’immaginarsi di fluidi perfino più repellenti del sudore (in effetti quando hai un fazzoletto in tasca finisci per usarlo un po’ per tutto, magari prima ti ci soffi il naso e poi ci tamponi anche il sudore, tanto niuro cu niuro nun tince). Comunque il fazzoletto (deve essere di stoffa, altrimenti è inutile) per uno a cui sudano le mani è come la coperta per Linus: ti possono pure dire che è peggio, che è ridicolo etc, ma tu non lo lasci, ti dà conforto. Ne ho fatto ampio uso nella speranza che gli spettatori se ne accorgessero e imputassero al mio lato più emotivo l’aver condotto la presentazione con una mediocrità tutt’altro che aurea. Quando mi venivano battute le reprimevo, quando non mi venivano le cercavo. Il mio nervosismo traspariva a tutti gli astanti, e l’unico effetto positivo che credo di aver sortito è stato quello di intenerire alcuni (pochi, gli amici), dando sui nervi ad altri (molti, gli spettatori veri). Per fortuna l’autore era molto brillante e ha salvato la capra (me, senza dubbio) e pure i cavoli (i lettori: o preferivate essere le capre?). Prima e dopo la presentazione, io e l’autore ci siamo incontrati e parlati tre volte (scrivere “tre volte” precipita tutto e subito in una dimensione tragico-biblica), e in tutt’e e tre le occasioni ho potuto misurarmi con la pochezza della mia conversazione e l’abisso della mia ignoranza. Nell’arco della sua permanenza in città ho goduto del privilegio di prendere insieme a lui:

N. 1 caffè

N. 1 aperitivo

N. 1  specie di tardiva colazione (o precoce merenda) servita poco prima dell’ora di pranzo.

Pur avendo avuto a disposizione ampie porzioni di giornata per prepararmi, ho vissuto gli incontri e le occasioni grosso modo secondo questo schema:

- Scavo archeologico nei meandri più reconditi della mente alla ricerca di qualcosa di interessante da dire
- Reperimento di fossili talmente impolverati da risultare impresentabili
- Re- insabbiamento affrettato di questi ultimi
- Silenzio
- Timore del silenzio
- Panico del silenzio
- Sorriso che si sperava risultare enigmatico/interlocutorio

- Attesa di una miracolosa epifania che illuminandomi dall’interno mi usasse come ventriloquo per auto-rivelarsi, preferibilmente sotto forma di arguzia, facezia o motto di spirito irresistibile

- Preghiera disperata affinché quanto sopra esposto si verificasse all’istante, ora, subito adesso, donandomi la salvezza e ribaltando la malafiura in trionfo
- Enunciazione di una banalità qualunque sulle mezze stagioni come mero espediente per  temporeggiare e consentire alla “cosa interessante” di emergere dal lago di Lochness del mio piattume encefalico
- Ascolto rapito  della frase concessami in cortese risposta
- Annuire
- Annuire con maggiore vigore
- Annuire con convincimento
- Annuire con trasporto
- Annuire come Pellegatti nella celebre intervista all’allora presidente del Milan
- Annuire al silenzio
- Rendersi conto di stare annuendo al silenzio
- Impulso quasi incontrollabile di congiungere le mani e inchinarsi in un ringraziamento in stile nipponico-buddista
- Rinuncia definitiva a intervenire nel discorso
- Assunzione di una posa quanto mai innaturale allo scopo di apparire il più naturale possibile
- Permanenza statica in quella posa fino al sopraggiungere di lombosciatalgia immobilizzante e soprattutto totale passività conversatoria
- Sopraggiungere della totale passività conversatoria
- Tentativo di arricchire la posa della passività conversatoria mutandola in “passività pensosa”

- Insinuarsi sempre più vivo della sensazione di stare sul culo un po’ a tutti i commensali a causa di questa ostensione di passività pensosa

- Preoccupazione, ansia, infine certezza di stare sul culo a tutti i commensali

- Prorompere in frasi eccesivamente cerimoniose per compensare  l’antipatia oramai suscitata

- Meditazione astratta su quanto accaduto

- Reperimento tardivo di un’osservazione interessante

- Risveglio dal torpore

- Constatazione che l’abboccamento è terminato da ore e si è rimasti soli con la propria cosa da dire

- Dire a se stessi che è inutile avere una cosa da dire senza nessuno a cui dirla

- Ricorrere al rimedio palliativo più utilizzato in questi casi, noto ai più come blog

- Sedersi con l’intenzione di scrivere la cosa presunta interessante

- Realizzare di averla dimenticata

- Decidere di scrivere una minchiata qualunque, pur di scrivere

- Scriverla

- Pubblicarla col titolo Spirometria di una presentazione (un post più ombelicale del solito)

- Attendere di poter espiare quanto accaduto subendo commenti feroci e caustici

- Constatare con amaro sollievo l’assenza di commenti, financo feroci e caustici

- Rasserenamento finale: nessuno si è accorto di nulla

Avere un blog serve solo a fare molta più strada per arrivare nello stesso posto. Però quando uno si perde, aiuta.

Uno bravo con la polvere

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Roberto Alajmo deve avere un malo carattere. Me ne sono accorto una volta che ero dentro al cinema Aurora e guardavo un documentario sulla gestualità dei siciliani. Sulle poltrone accanto alla mia c’era tutta questa gente che rideva e si compiaceva per come venivamo fuori da quel film, e vabbe’, pure io ridevo. Mi specchiavo dentro a uno schermo che come un parrino mi assolveva da tutti i miei difetti, e anzi mi diceva che non c’era manco bisogno di confessarmi, perché tanto erano difetti simpatici, stavano a significare calore, ospitalità, estroversione, e tutta una serie di minchiate che si presume sempre siano caratteristica precipua dei siciliani. O forse di tutti gli isolani. O forse, ancora più in generale, di chiunque viva in condizioni di palese arretratezza e che per tanto si suppone ancora in contatto con valori primitivi, legati a un mondo quasi estinto, sopravvissuto solo in località remote, come appunto la Sicilia. Intorno a me si stava producendo questo idillio simbiotico tra rappresentazione e rappresentati: mano a mano che aderivamo allo stereotipo, le poltrone si adattavano meglio alla forma del sedere, diventavano sempre più morbide, sempre più comode, fino a quando a un certo punto dentro alle poltrone c’eravamo sprofondati, ci avevano inghiottito, erano diventate una tomba, un divano di Baudelaire. Le battute del film, più dolci che sapide, erano tutto un picco glicemico: rilassavano, rammollivano, inducevano a una sonnolenza satolla, di tipo postprandiale. Io pensavo che quel documentario era brutto, ma brutto assai, e oltre a essere brutto ci stava facendo indigestione, a tutti, e, come a certi pranzi di matrimonio che non finiscono mai, mi è venuta voglia di alzarmi dal tavolo e muovere le gambe. Invece sullo schermo è comparso Roberto Alajmo e allora ho detto aspetta, dove stai andando? proprio ora che stanno servendo l’amaro e ti puoi levare questo sapore dalla bocca? rimettiti seduto. Perché pure lui era seduto. Lo intervistavano così, mentre stava un po’ in panciolle su una sdraio, con le ciabatte ai piedi, i pantaloncini corti e una maglietta che sembrava se la fosse messa addosso un attimo prima. Vederlo comparire è stato come bere la citrosidina Brioschi tutto d’un fiato e urlare arrivano i nostri con un rutto. Avendo letto L’arte di annacarsi e Palermo è una cipolla, sentivo che stava per consumarsi la mia vendetta: eh, caro regista, mi dispiace, ora sono fatti tuoi, Roberto Alajmo quando parla dei luoghi comuni sulla Sicilia lo sa di cosa parla, quindi non lo so se a te – che eri in vena di oleografie – ti è convenuto andarlo a sconcicare fino a casa sua mentre si stava riposando. Quelli sono due libri che con i luoghi comuni sulla Sicilia ci fanno i conti.

Fare i conti col posto dove abiti è difficile: ti viene sempre di ritoccare le cifre per andarci a guadagno (oppure per mandare tutto a bancarotta e poi andarci a guadagno). Invece i conti di Roberto Alajmo sono a somma zero: il piacere di leggerlo non sta tanto nel vedere che risultato trova, ma nell’osservarlo mentre fa le operazioni con la matita dietro l’orecchio e la visiera da ragioniere in testa. Un’attività che deve avere a che fare con la narrativa: il lettore di Palermo è una cipolla piglia certe sbandate, si sente malsicuro, inquieto, prima ride, poi si preoccupa, poi si sente preso in giro, poi si fa domande, si chiarisce certe cose e si confonde su altre, la mafia, l’antimafia, il traffico, il caffè (che si deve bere quando è così bollente che brucia le labbra perché altrimenti significa che te l’hanno fatto male e quel bar non è buono) i tic, le idiosincrasie, le riprese dal vero di una città che si mette sempre in posa e non la puoi sorprendere manco se gli fai le foto di nascosto.

E allora valla a sbrogliare la matassa dei luoghi comuni che si raccontano sui siciliani e a cui i siciliani per primi credono. Insomma, Roberto Alajmo non lo puoi infilare dentro a quel documentario senza che lui non te lo faccia saltare dall’interno.

Ispirare simpatia con un malo carattere non deve essere facile. E infatti io penso che Roberto Alajmo sia bravo a fare sembrare una babbìata certe cose che altri non si possono neanche sognare, e che insomma possieda la sprezzatura, quella del Cortegiano.

Se oltre al malo carattere non c’hai  anche  la sprezzatura, è meglio se tenerezza e nostalgia le lasci perdere: un libro come Il primo amore non si scorda mai, anche volendo devi proprio evitare di scriverlo, altrimenti corri il rischio di sembrare Carlo Conti che legge gli sms del pubblico a I migliori anni.

Il primo amore non si scorda mai, anche volendo è più o meno il memoriale intimo di un consumatore bambino. Ogni capitolo fa un po’ storia a sé, però sempre dentro a un telaio: diciamo che è un piolo di quella scala che uno sale senza neanche accorgersene quando passa dall’infanzia all’adolescenza.

Dalla lettura mattutina che faccio di Penultim’ora, il suo blog, sospetto che Roberto Alajmo si sia aiutato con un ripasso: ha un figlio che sta per diventare adolescente, quindi magari quella fase di passaggio ce l’ha sotto agli occhi, e forse per questo è riuscito a scorrerla così bene al microscopio, e a trovare quegli snodi, quegli incroci non segnalati, di cui è impossibile indovinare la destinazione nel momento in cui li si attraversa. Come per esempio un amico tuo che un giorno trova il coraggio di scavalcare un muretto che sembra la siepe dell’Infinito, e che fino al giorno prima nessuno mai si era sentito abbastanza ardito da oltrepassare:

La campagna oltre il muretto non è tanto che faccia paura. Un po’ sì, ma suscita soprattutto curiosità. Si dice che ci abiti una tribù di zingari, o che vadano a spartirsi il bottino dei malviventi, come li chiama il telegiornale. Quando ne parlate tra voi, c’è sempre qualcuno disposto ad aggiungere qualche dettaglio raccapricciante che l’ultima volta non c’era. Ma la verità è che di quella campagna nessuno ne sa niente. Di tanto in tanto vi ripromettete di scavalcare il muro, ma in cima è coperto da cocci di vetro che rappresentano un ottimo motivo per rinviare ogni volta. Però un giorno accade. [...] Quello ricompare, scavalcando con semplicità e tornando da voi senza danni apparenti, solo pulendosi le mani sui pantaloni. Gianni Cirafici vi ha appena dato una lezione e non avete diritto a fare domande. Non subito, almeno. C’è un lungo momento durante il quale sperate che lui voglia dire qualcosa spontaneamente, risparmiandovi altre smanie. Ma niente. Nessuno sconto. Vi guarda uno per uno, e poi tutti assieme, senza aprire bocca. 

Oppure un viaggio in autobus dal centro alla periferia della città per cercare (senza trovarle) un paio di scarpe della misura giusta a un compagno di giochi gigantesco:

Il viaggio di ritorno verso via Carducci è caratterizzato da una silenziosa malinconia. Arrivati, vi salutate senza commenti. Ognuno di voi sente bruciare la delusione, ma non può ammettere di avere sprecato una giornata. E poi avete visto il famoso quartiere Zen, se non altro. Finirà che la madre di Polifemo le scarpe numero quarantanove le farà fare apposta da un calzolaio. Due paia, in crescita, ché alla vostra età non si sa mai.

Memorie come queste sono private fino a un certo punto. Così, a fare da intermezzo, Roberto Alajmo ci innesta sopra i repertori (dei giocattoli, dei giornalini e dei cartoni animati, delle robe da mangiare, del calcio e dei calciatori), cioè elenchi ragionati di tutti quei beni che concorsero a formare l’immaginario ludico-consumista della Carosello generation. Da liste di questo genere uno si aspetta sempre l’innesco per l’effetto bei tempi, e invece a scorrere queste ti accorgi che è il contrario: l’asciuttezza con cui sono compilate bilancia il tono epico-ironico degli episodi d’infanzia, e più che gli elenchi sentimentali di Fazio e Saviano vengono in mente gli inventari meticolosi di un ferramenta. Il fatto, poi, che siano suddivise per categoria merceologica sembra un tentativo di tirarne fuori l’oggettività storiografica, farne una sorta di prova testimoniale che chiami in correità il lettore e lo renda definitivamente complice. Infatti il libro è tutto in seconda persona, a volte singolare (tu) e più spesso plurale (voi ).

Roberto Alajmo la seconda persona la usa anche in altri libri. Io una volta ho tradotto un’intervista a Rick Moody (Col pianoforte ero un disastro) in cui il grande scrittore americano sosteneva che la seconda persona è un trucchetto da bottega. Sarà che a me le botteghe piacciono più degli atelier, però mi pare che il tu e il voi qua non siano un espediente, ma una specie di attrezzo gnoseologico: la birillatrice per estrarre il succo del collettivo dal biografismo del ricordo.

Sempre a proposito di botteghe, secondo me Roberto Alajmo le memorie non le tiene in soffitta, ma nel garage.

Quando ho letto 1982 memorie di un giovane vecchio, che è un po’ l’esperimento preparatorio di quest’ultimo libro, non m’è venuto di immaginarmelo come lo scrittore romantico, che in un malinconico giorno di pioggia autunnale sale in un sottotetto e soffia via la polvere da un baule pieno di cimeli, ma come uno di quei tizi che capita di vedere affaccendati dentro a un garage, dove tutto è in ordine sugli scaffali e i soppalchi, e c’è sempre una specie di bancone lungo su cui pulire, avvitare, oliare, esercitare l’arte della manutenzione. Quelli col malo carattere, se si occupano degli oggetti sopravvissuti al passato non è per crogiolarsi nella nostalgia, ma per tenerli in funzione, verificare che siano sempre pronti per l’uso. In garage non è come in soffitta: non si tratta di spolverare il desueto, ma di manutenere l’utilizzabile. La bravura con la polvere consiste più nell’evitare che si depositi che nel rimuoverla, e infatti il libro, pur parlando di anni lontani, è scritto tutto al presente indicativo: così magari il giorno del 2013 in cui guardi tuo figlio e ti sembra che in una sola notte sia diventato un’altra persona, puoi scendere in garage e tirare giù dal soppalco la giornata del 1968 che ti serve per capire questa, sicuro che niente si sia ossidato e tutti i meccanismi funzionino ancora alla perfezione.

Comunque la trasmissione di Fabio Fazio in qualche modo con questo libro c’entra qualcosa, perché quel programma lo scrisse Francesco Piccolo, e a tratti Il primo amore non si scorda mai, anche volendo sembra una specie di Momenti di trascurabile felicità , però virato seppia e centrato sull’infanzia. Per esempio in questo punto, il mio preferito, dove le croste alle ginocchia diventano una specie di correlativo oggettivo:

In una prima fase le studi, perché sai, ti hanno insegnato, che le croste non si toccano. Ma non dura. Rimani affascinato da quello spessore che allo stesso tempo ti appartiene e non ti appartiene. Sei tu e non sei tu. Prima o poi la crosta è destinata a cadere e perdersi, come i capelli quando vai dal barbiere o le unghie che ti tagli (quelle che ti mandi no, rimangono a mutare nel tuo stomaco e almeno in percentuale torneranno a essere parte di te) [...] Se provi ti accorgi che riesci persino a infilarci sotto un’unghia o quel che rimane dopo la scorpacciata che ne hai fatto. Ma basta: l’unghietta si è insinuata. Lei sa cosa c’è sotto. E per suo tramite pure tu immagini la superficie di pelle nuova che si è formata sotto la crosta di sangue. Basta provare a muovere l’unghia per far muovere anche la crosta, che ormai è matura, pronta a staccarsi da sola. Ti viene voglia di dare una mano al corso della natura. Oltretutto quella crosta alle ginocchia è un fastidioso retaggio da bambini. I grandi mica ce le hanno. E allora fai una cosa che assolutamente la mamma proibisce: fai leva.

Francesco Piccolo non ha l’aria di uno col malo carattere, però la sua scrittura e quella di Roberto Alajmo si somigliano lo stesso. Nella prefazione che scrisse qualche anno fa per la ristampa di un suo vecchio libro (Scrivere è un tic) c’era una riga in cui definiva la sua:

Una lingua saggistico-narrativa che vado esplorando da anni, e che è la ragione per cui scrivo.

Ecco, secondo me anche Roberto Alajmo scrive con quella stessa lingua, e tutti e due scrivono libri meticci, dove c’è sempre l’autore in persona (o un suo alter ego) coinvolto a vario titolo nella narrazione, e ogni volta che ti sembra voglia mettere a fuoco se stesso come personaggio, in realtà ti accorgi che a essere in primo piano è il contesto. Oppure viceversa. Ecco perché non sai mai se stai leggendo un romanzo che sembra un saggio o un saggio che sembra un romanzo. La conferma è che la trama quasi mai è basata su una storia nel senso tradizionale del termine: per esempio, nel caso di Roberto Alajmo, spesso è una storia successa per davvero. Questo l’ho sentito dire a lui, una sera di settembre all’eremo di Avola antica. Lo disse di fretta perché quella sera giocava il Palermo contro l’Inter (e mi sa che lui tifava l’Inter – sempre perché ci vuole un gran malo carattere per tifare l’Inter a Palermo), la presentazione stava andando per le lunghe e lui voleva andarsi a vedere la partita. Disse che è quasi una cosa immorale inventarsi una storia, e lo è ancora di più in Sicilia, dove sono successe e succedono continuamente cose vere che meritano di essere raccontate più di quelle finte, e che la letteratura serve a riempire quel piccolo interstizio, quella fessura che sempre si forma tra l’accadimento e la sua esposizione per iscritto: ecco, se uno ci pensa bene, questo fatto di mettersi a intuppare i puttusi con la manicola e la quacina è una cosa molto umile da dire, specie per uno che ha un malo carattere. E invece lui oltre a dirlo lo fa. Però non con la manicola e la quacina, ma con la spatola e lo stucco, perché la sua è una lingua spalmata così bene che la fessura non si vede più, nemmeno ci si immagina che sia mai esistita. Oltretutto lo fa da un bel po’ di tempo, e infatti un’altra delle cose che è bravo a fare con sprezzatura è anticipare. Per esempio ha scritto Limonov un anno prima che uscisse Limonov.

Il libro si chiamava Tempo niente ed era la biografia del magistrato Luca Crescente, morto di troppa dedizione al lavoro. Come Limonov e prima di Limonov, oltre a essere la biografia di un personaggio reale, era anche un romanzo su uno scrittore che scriveva una biografia. Va bene, Eduard Veniaminovich Savenko detto Limonov è un vivente, mentre Luca Crescente purtroppo non lo è più, però è anche vero che Limonov è un fango e Luca Crescente invece era il classico bravo picciotto. Forse è per questo che quello di Alajmo un anno fa non è diventato il libro dell’anno e quello di Carrère sì: alla gente i fanghi gli piacciono più dei bravi picciotti. Com’è che invece gli scrittori col malo carattere gli piacciono meno?

Le petit grand tour di un orientale in occidente: notazioni sparse

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#Alberghi, B&b e ospitalità in genere.

Qui in occidente, le stanze non si lasciano a mezzogiorno, ma alle dieci. Le colazioni non vengono servite dalle 7 alle 10:30, ma dalle 8:30 alle 9:30. Diminuisce il tempo a disposizione per le abluzioni e, soprattutto, le evacuazioni. Si viaggia più di fretta. E più pesanti.

# Vizzini

Durante il percorso di avvicinamento apprendo che fuori dall’abitato il toponimo Vizzini viene pronunciato con la B (Bizzini). Per estensione, gli abitanti sono detti bizzinisi. Me li figuro bizzosi. A Bizzini c’è una scalinata tipo quella di Caltagirone, però nessuno parla mai della scalinata di Bizzini, mentre tutti i tedeschi con le quasette bianche non fanno che dire ja, sgalinatta di Kalataghirone wunderbar, zuper! Forse è questo a rendere bizzosi i bizzinisi. A Bizzini, osservo con compiacimento tutto turistico, portano il cappello. Cioè non il tasco, ma il cappello proprio, quello a falde larghe. E non gli anziani (anche), ma i giovani. I giovanissimi no, non m’è sembrato, ma quelli di mezza età avevano il cappello. Non tutti, qualcuno. Va bene: in più d’uno portavano il cappello. Diciamo che un gruppetto di resistenti fa sopravvivere l’abitudine di portare il cappello a Bizzini. Sono sedotto da questa cosa e per conseguenza dall’idea di comprare un cappello. Mi pare la cosa più verghiana da fare in paese. Chiedo lumi al barbiere di un comune limitrofo, il quale conferma: i bizzinisi portano il cappello per malandrineria. A Bizzini sono briganti. Una stirpe di briganti bizzosi. Cappello. Briganti. Bizzini. Questo paese mi piace. Voglio pure un bastone da passeggio, intarsiato nel manico. Esigo ci si rivolga a me con il vossignoria.

#Caltagirone

È il paese dei cantri e della scalinata. Dei cantri tacerò poiché argomento triviale. La scalinata è una cosa che ti acciunca le gambe. Il gradino è profondissimo: per passare a quello successivo ci vogliono due passi. Questo comporta che procedi come se avessi una gamba di legno e te la stessi trascinando: se il primo l’hai fatto con la destra, continui a usare sempre la destra. Siccome la scala è infinita, a un certo punto ti viene per forza di cambiare gamba. Vista da sotto, tutta questa gente che si arrampica su un piede solo fa l’effetto dei bambini in un cortile che giocano alla trinca (in Italia si chiama campana?), però in verticale. Dalla base della scala, Caltagirone è un giardino d’infanzia. Un’ora di ricreazione verso l’alto, con tutti, abitanti e turisti, che di colpo ringiovaniscono come in quella pubblicità dell’acqua minerale e tornano a essere una classe di seienni col cestino e il grembiule. Tirano un sasso e poi saltellano, senza stancarsi mai. Anche se hanno ottant’anni e si sono fatti trenta ore di pullman per venire a fare i turisti dalla Germania. O per tornare a casa dopo averci lavorato, in Germania.

#Piazza Armerina, mosaici.

Il morbo di Lapalisse affligge gli archeologi quando curano le didascalie per ciò che hanno rinvenuto. Alla villa romana del casale le leggo tutte, con scrupolo. L’accostamento più immediato è con i sottotitoli della pagina 777: l’archeologo, presupponendo la cecità del turista, gli illustra l’ovvio. In presenza di un mosaico enorme, rappresentante figure umane alle prese con lance, frecce, cervi, fagiani e pernici, la didascalia spiega che quella è una scena di caccia. E io che pensavo stessero mettendo i piatti in lavastoviglie. A ulteriore chiarificazione si specifica trattarsi della piccola caccia, perché quella che ammirerò tra pochi passi, con le stesse figure umane che si accingono alla cattura di tigri, leoni ed elefanti sarà la grande caccia. Al di là del fatto che io avrei usato caccia grossa e non grande caccia, il perturbante risiede nella didascalia successiva, quella apposta alla grande caccia. Senza tema di pleonasmi si ribadisce che questa che sto ammirando adesso è la scena della grande caccia. E una riga sotto si specifica, più con autismo che con pignoleria, che va distinta da quella della piccola caccia, ammirata pochi passi prima.

# Agrigento, valle dei templi.

A visitarla, ci sono le gite scolastiche e le gite di adulti. Più qualche gruppuscolo autonomo. Durante il percorso non si riesce a evitare l’omologazione dello spirito: ciascun uomo è uno studente. Non nel senso delle nozioni possedute, che sarebbe già una conquista, ma in quello dell’insofferenza. L’eternità maestosa da cui si è circondati induce un senso di fastidio per lo scorrere troppo lento del tempo. Se non sei più giovane non è una sensazione spiacevole: poiché in questo ritenere il tempo “lento” risiede forse l’essenza dell’essere giovani, sembra quasi di riconquistare un’età più verde. Ma dopo il primo tempio, nel mio caso Giunone, questo sentimento predomina su tutto, e la visita diviene solo uno struggente protrarsi dell’ultima ora del sabato nell’attesa della campanella. Gli scolari delle elementari e delle medie, innocenti, ostentano noia a sbadigli spalancati, senza pudore. I liceali reagiscono nell’unico modo in cui l’adolescenza sa reagire: rallentando ogni movimento fino al fermo immagine. L’incedere dei quindicenni lungo il viale della concordia esaspera gli insegnanti, che si sgolano e menano fendenti d’ombrello nell’aria come fanno i pastori con le mandrie che si attardano. E loro ancora di più trascinano i piedi, smembrandosi e ricomponendosi, dinoccolati, a ciascuno dei loro passi bradipi. Gli adulti assumono un contegno compensativo: avvertono che nell’eterno si annida il tedio dell’esistere, e dissimulano il panico ricorrendo all’ostensione del sentimento opposto, l’interesse. Di più: temendo l’accusa di superficialità, si impongono la lettura di guide e pannelli illustrativi fino all’ultima riga. Provano cioè a espiare con lo zelo dei maturi l’ignoranza che anch’essi, al tempo in cui presero parte alla gita scolastica, provarono ed esibirono con sprezzo. È per questo che al parcheggio riconosci in tutti un’espressione futurista come di sollievo, di motore a scoppio come sola igiene del mondo: le antichità appena visitate erano stupende, sì, però per fortuna sono finite. Altre due pietre di tufo e saremmo rimasti prigionieri del tempo.

# Realmonte/scala dei turchi.

Nel bianco siamo indistinti e indistinguibili. Qualcosa deve aver agito su noi tutti come il mare ha agito su questa marna abbacinante: compattandola con l’argilla e facendone un blocco unico, pettinato da scanalature. Su un paesaggio che è tale e quale la luna fatta di formaggio del cartone animato Wallace & Gromit, siculi, sicani, veneti e tedeschi vedono annullata ogni loro specificità etnico antropologica, riducendosi a zaini e sneakers che si inerpicano al ritmo di una foto a ogni passo. Ci si scusa se si ostruisce con la propria presenza l’obiettivo dell’altro, ma se qualcuno ti pianta un gomito nello stomaco non gli senti dire neanche un sorry. Siamo la nostra proiezione, e se non proeittiamo non ci siamo. Eccoci qua, allora, ad ammirare il lato più spaventoso della natura da dietro un display che ci rimanda indietro il non luogo su cui presto torneremo a fluttuare: una via lattea petrosa che aspira a diluirsi nell’acqua. Per adesso, contentiamoci di essere pixel a torso nudo. Entità che procedono a scatti verso il pianeta delle scimmie, e sostano su questa colata di escrementi bianchi: la deiezione di un gigante dall’intestino purissimo, con noi sopra tutti felici ad arrampicarci e farci le foto. Per tutto il tempo in cui sono stato qui ho pensato solo una cosa: e se adesso viene un terremoto?

#Eraclea Minoa

È la balena delle spiagge. Può inghiottire. Le due montagne che la cingono non si chiudono per poco: l’anello del portachiavi, che lascia giusto una fessura per consentire inserimenti e rimozioni. Quella fessura è il fulcro, finisce che guardi sempre là in mezzo. Alle spalle c’è una pineta: se il mare si agita (e qui lo fa spesso) ti senti preso in una morsa e non sai dove scappare, di che morte morire, se di stenti nel bosco o di annegamento in acqua. Spazi troppo grandi spaurano. Ma a questa spiaggia dopo qualche minuto ci si abitua. Ingloba nell’ecosistema e rende accettabile il corso degli eventi. E poi a rassicurare c’è un bar edicola pizzeria ristorante aperto tutto l’anno e tutti i giorni dalle otto a mezzanotte. Gente, altri Jona come te, che pescano lanciando lenze fuori dalla bocca del cetaceo (nel caso in cui il bar dovesse chiudere o non riaprire più?). Tutto intorno è un tappeto di meduse naufragate sulla sabbia, a morire di quella morte lenta che devono avergli augurato i bambini punti l’estate scorsa. Tutto, qua intorno, cospira alla giustizia.

#Marsala, le saline, l’isola di Mozia

Il sale produce un tanfo tale da farmi chiedere se sia per questo che si parla di esalazioni. Sembra impossibile che il panorama generato da una palude che imputridisce di minuto in minuto risulti tanto vivido. Acqua stagna da filtrare per cavarne il bianco, il non colore per eccellenza: resta da capire come possano venirne fuori sfumature iridescenti. Le avvolgono miasmi di una dolcezza nauseabonda: evidentemente il sale marcisce nel suo opposto, visivo e olfattivo. Marsala, anche lei spiazzante, non ha nulla del paesino. È una città di quelle eleganti. Le panchine di marmo più sobrie e raffinate d’Italia. Una piazza che la sera luccica e ti impone l’abito scuro. Ma per salire sul monte bisogna aspettare che sia mattina, dicono qui.

#Erice

Se fosse solo disumana, ci si potrebbe venire a patti e percorrerla a bordo di un mezzo meccanico. Ma anche i motori si arrendono a questa salita. Cerchi marce più basse della prima, vorresti scavare il cambio, ma non ce n’è. Il frastuono del fuorigiri contagia il fiatone al tuo corpo. Nel delirio della fatica credi di ansimare all’unisono con la montagna, ma è solo il vento: si infila dentro alle antenne e copre tutti i rumori, compreso quello del pistone che picchia in testa. Una funivia pencola sul baratro: impietrita da minacce ululate, non trova il coraggio di muoversi. Erice, fortificata da questo muro d’aria che turbina, atterrisce col suono e atterra con i nodi. Ti curvi in avanti e ti incula da dietro. Proteggi il fianco e ti smaciulla il grugno. Calci, pugni, schiaffi, spintoni, poi scappa. Il tempo di rialzarti, pensare che è passata, e torna all’improvviso. Ti spossa ma non ti finisce, sei il suo giocattolo. Venere voleva starsene qui sopra a fare l’amore, invece a Porta Trapani si consuma uno stupro, opera di deportati in bus al soldo di tour operator: penetrazione coatta di un luogo impenetrabile. Costante, inestinguibile, l’urlo della padrona di casa sbatte fuori tutti. E allora se vogliamo affacciarci dal castello bisognerà stare uniti, farsi legione e marciare compatti verso la cima: dice di non volere visite, ma vedrete che le piacerà. E se non vorrà offrirci nulla, la saccheggeremo. Vanagloria. Erice non te la puoi prendere: averla è vederla. E la vedi solo così, mentre lei strepita di vento e ti assicuta a colpi di scopa in testa. Tra gli stranieri imperversa la diatriba: più o meno bella di Taormina? State paragonando la dolce vita al mestiere delle armi. L’organza all’usbergo. Fatevene una ragione: non vi vuole. Tornatevene da quell’altra.

# Scopello, Castellammare del golfo

Vengo da lontano. Nelle terre dove ho vissuto e vivo l’acqua ti si fa incontro come un cane quando manchi da casa per troppo tempo: ti lambisce i piedi, arriva correndo a leccarti la faccia, ha un fregola che non può attendere etichetta. Forse è proprio che da me le strade sono invadenti, non chiedono permesso prima di entrare, s’infilano fin dentro l’acqua, nessuna che bussi mai, tu giri una traversa come fosse una chiave e ti ritrovi dentro stanze salate. Qui invece l’ospite è diffidente, ti guarda da dietro l’occhiolino e valuta se sei vestito bene. Sei a un passo dalla spiaggia, ce l’hai là sulla destra, potresti fare a occhio, che ci vuole? ma siccome non vedi l’ora di bagnarti e non vuoi rischiare errori di percorso, segui rigorosamente i cartelli. Svolti a un bivio che dice Tonnara e non capisci perché mai porti in montagna. La torre è là, si vede, ma le strade guardiane non transigono, ti portano in alto, ti fanno fare un giro punitivo. Solo quando ormai disperi, sarà consentito ridiscendere. Rituale iniziatico, verifica delle motivazioni: sei pronto per venirmi a trovare? Davvero ti interesso? Non mi fido, ti metterò alla prova, dimostralo, arrampicati fin lassù, e quando sarai in cima chiediti se era davvero me che volevi. Oppure è crudele vanità di femmina buttana: le insenature di Scopello e Castellamare sono appena uscite dal parrucchiere e non tollerano vecchi mariti incapaci di accorgersi della nuova acconciatura. Le si ammiri così, a figura intera. Dall’alto di un balcone. Da dietro una persiana. Ci si attenga al cerimoniale della seduzione. Mai si concederebbero senza prima aver suscitato desiderio con la distanza. Guarda come mi sta attillata quest’acqua. Come mi donano il blu, il verde, l’azzurro. Ho indossato orecchini lunghi come faraglioni che tintinnassero a farti da richiamo. Quando l’intensità è al massimo, la discesa sarà un precipizio. L’ingresso sembrerà chiuso, maledirai le voglie: la voluttà, mischiandosi al rancore, toccherà nuovi picchi, nutrendosi di rabbia delusa, prima di accorgerti che la porta l’ha lasciata a spaccazzedda. Poi tutto sarà languore.

In effetti, io non ne ho potuto più e il trenta di Aprile ho fatto un tuffo che mi ha gelato le ossa. Mai più prima di luglio. Il corteggiamento ha i suoi tempi.

Contributo per un’antropologia della viabilità urbana.

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C’è una differenza ontologica tra chi arriva all’incrocio con la salita Ambra da corso Gelone e chi ci arriva da via Costanza Bruno.

In termini di praticità i due percorsi si equivalgono: la lunghezza in più (o in meno) è questione di poche decine di metri, e il tempo che si impiega a percorrerli grosso modo simile.

Le vere dirimenti sono due:

1. Il numero di semafori

2. La distribuzione su file parallele.

1. I semafori

Se si proviene da corso Gelone i semafori sono due, molto irritanti perché a pochi metri l’uno dall’altro: il primo all’altezza del Prometeo incatenato e il secondo alla tomba di Archimede.

Da via Costanza Bruno invece il semaforo è uno solo. Ma a San Giovanni c’è una rotatoria.

A Siracusa decidere tra una rotatoria e un semaforo è una scelta a metà tra l’etica e il gusto personale.

Un semaforo è il più classico dei santi che non sudano: se è rosso ti devi fermare.

La rotatoria invece è una No Man’s Land: devi farti valere.

Al cospetto del semaforo impera la forza del destino.

Nella jungla della rotatoria vigono due leggi: quella del più forte e quella di chi ce l’ha più grossa.

Che la rotatoria risponda a questi due parametri non significa affatto che ci sia certezza di vittoria: non è un gioco in cui esista un punto più alto in assoluto, ma è piuttosto una mano di poker in cui i concorrenti hanno tutti una scala reale, con la media che batte la minima, la minima che batte la massima e la massima che batte la media. Una specie di forbice-sasso-carta, insomma.

Se la forza è la forbice (e si misura sul numero e il tipo di armamenti in dotazione al veicolo: sbarre di ferro sotto al sedile, tubi innocenti adagiati sul lato passeggero, catene, cric) e le dimensioni sono il sasso (e si misurano su quelle del suv, del camion o del fuoristrada), allora la carta è lo sprezzo del pericolo, meglio se misto a imperizia nella guida.

Ciò comporta che la rotatoria la si possa affrontare ciascuno secondo i propri mezzi e ciascuno secondo il proprio spirito: nella lotta per la precedenza, la voglia di vincere e la dedizione all’obiettivo possono supplire le dimensioni esigue e gli armamenti inoffensivi.

Al semaforo no. Il semaforo è un oracolo: lo puoi consultare, ma il verdetto va accettato per quello che è.

Chi dunque ama l’alea, le sfide alla sorte, gli o la va o la spacca, le deleghe al fato o il rimettersi a un’entità superiore che disponga di lui come meglio crede, punterà deciso su corso Gelone.

Chi invece propende per il darwinismo, si ritiene faber fortunae suae, predilige i corpo a corpo e gli assalti alla baionetta prenderà in considerazione solo via Costanza Bruno.

Su questa differenza di personalità se ne innesta un’altra, di matrice politico-culturale.

Chi si affida al semaforo è un keynesiano dirigista. Crede nelle virtù civiche e abbraccia la teoria secondo cui, se ciascun individuo ubbidisce con rigore a leggi precise e inequivocabili (il rosso, il giallo, il verde), tutta la comunità ne trarrà giovamento. Nelle sue aspettative, una fila disciplinata e regolamentata sarà più svelta di una caotica: il rallentamento sarà un rallentamento condiviso, il bene-tempo sarà redistribuito tra la popolazione, la società viaggerà verso un benessere sempre più diffuso.

Chi si lancia dentro la rotatoria a tutta velocità (e brandendo la spranga sguainata fuori dal finestrino) è un liberista spinto: crede che se nessuno regolamenterà la fila, la fila si regolamenterà da se stessa. I conducenti si daranno la precedenza sulla base di una selezione naturale, e alla fine a risparmiare più tempo sarà chi più avrà meritato.

I Costanzbrunisti e i Corsogelonici si differenziano su un secondo fattore decisivo.

La disposizione su file parallele.

Dal lato del doppio semaforo, si respira un’intransigenza assoluta. Già imboccando corso Gelone devi avere ben chiaro se stare a destra o a sinistra, e dunque se raggiungerai Scala Greca da viale Teracati o dalla salita Ambra. Gli errori sono sanzionati da pesanti squalifiche sociali, e chi allo scattare del semaforo tentasse di passare da un fila all’altra subirebbe prima il biasimo della propria comunità e poi il più totale ostracismo, in un crescendo di sclacsonate d’ira e accuse di essere un nemico interno, che complotta affinché quegli altri, gli indisciplinati Costanzbrunisti, abbiano la meglio e passino per primi.

I Corsogelonici sono un’enclave, un partito secessionista che da sempre propugna un referendum per annettere la città a un qualunque cantone svizzero. Settari, diffidenti, temono l’intruso, si sorvegliano a vicenda, praticano la delazione, difendono la purezza della propria etnia sconfinando nella più estrema irritabilità e nella più folle paranoia.

Dal lato della rotatoria, invece, la disposizione su file parallele non è decisa dalla direzione che si intende imboccare. Semplicemente, ci si piazza là dove c’è posto. Poi, quando scatta il semaforo, si va dove si deve andare: destra (viale Teracati), sinistra (corso Gelone), centro (salita Ambra). Ciò che è accaduto pochi metri prima in rotatoria, si ripete al momento del verde: tagliare la strada è prassi, con una fila che impone l’attesa ad una seconda, e la tensione automobilistica che raggiunge il climax al sopraggiungere del giallo.

Per ragioni miste di cultura e consuetudine, l’idea di collocarsi sulla colonna relativa alla propria direzione è del tutto estranea ai Costanzbrunisti: essi ritengono che fare a coppola di minchia sia sempre e comunque la scelta vincente.

Da anni sperimento entrambi i percorsi, un po’ perché non amo schierarmi definitivamente con nessuno e un po’ perché vorrei capire com’è che due scuole di pensiero tanto distanti conducano entrambe al medesimo risultato: la congestione del traffico e un’attesa snervante.

Una delle ragioni risiede negli imbucati.

Entrambi gruppi, quotidianamente, subiscono defezioni, fuoriuscite, abiure, apostasie. Ciò comporta che ogni giorno su ciascuno dei due lati dell’incrocio ci siano uno o più conducenti novizi, ancora inesperti del nuovo approccio.

I convertiti su corso Gelone conservano per qualche settimana l’istinto di cambiare fila e tagliare la strada. Mentre i rinnegati che passano alla rotatoria non hanno ancora sviluppato la corazza: timidi, molli, restano indecisi, affrontano l’agone con fiacchezza, sottraendogli l’energia di cui esso abbisogna per consumarsi rapido ed efficace.

Una seconda ragione risiede nello sciass, tratto comune a entrambi gli schieramenti e vero trait d’union dei siracusani. Una forma di ignavia, cioè, un senso di fastidio nel compiere qualsiasi azione: noia, taedium vitae, assenza di entusiasmo che fiacca la determinazione con cui conflitti come quello della salita Ambra andrebbero affrontanti.

Il Costanzbrunista non è come il napoletano o il palermitano, che, credendo nell’anarchia automobolistica seriamente, seriamente poi si spende per essa. Il Costanzbrunista più che altro all’anarchia ci si abbandona: lascia che lo avviluppi, la accetta e la giustifica come ineluttabile. Ma non l’avverte pressante come una voce che lo richiami alla sua vera natura, ciò per cui è nato, il motivo stesso per cui un giorno ha deciso di recarsi presso una concessionaria e acquistare una vettura, come ad esempio succede a Catania.

Allo stesso modo, il Corsogelonico abbraccia il rigore della norma più per livore che per adesione: anche lui, crede che ubbidire al semaforo, comunque, non servirà. Non è un teutonico, non è una anglosassone: si è dato un modello, che sono quei paesi, ma l’ha collocato in un iperuranio, lo sente come un’ideale astratto, non prova quasi interesse a che si diffonda tra la popolazione e venga applicato nel quotidiano. Vi ha aderito soprattutto per distinguersi dal volgo dei Costanzbrunisti, e rivendicare così la propria diversità, l’appartenenza a un’ élite: il siracusano, insomma, accetta di obbedire alle regole solo se sono quelle del Circolo Unione o del Rotary Club, non certo quelle di tutti.

Su una cosa però entrambi i ceppi convergono spontaneamente. Al semaforo di viale Cadorna, dal lato in salita, ci si dispone rigorosamente al contrario: chi deve andare in viale Tisia a sinistra e chi deve andare in via von Platen a destra, fino a creare una coreografica croce uncinata dai bracci perfettamente simmetrici. Le tradizioni non si discutono.

Grillo è la sola igiene della scatoletta di tonno

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A me l’idea che dentro il parlamento ci sia una forza che ha per scopo l’azzeramento dei partiti piace. È per questo che mi devo auto-sorvegliare: in pratica sono come uno di quegli italiani un po’ trasognati che una novantina di anni fa erano sicuri che i fascisti avrebbero fatto il lavoro sporco e poi si sarebbero tolti dal mezzo da soli. Con questo non sto paragonando i grillini ai fascisti, ma solo me stesso al tipo di italiano che pensa di poter trarre vantaggio dalla demolizione e di potersi poi liberare dei demolitori. Quindi insomma, il punto è che in generale quando spunta qualcuno che ha tutta l’intenzione di farla finire seriamente a pasta con la salsa, più che stigmatizzare, prendere le distanze, indignarsi, forse è meglio attrezzarsi da subito per il dopo. Perché questi tizi qua c’hanno sempre una fase due, anche quando non sanno di averla. Se uno è previdente, deve capire che il primo tempo è andato, perso, pace, 1 a 0 per quelli col martello in mano, e ora palla al centro, bisogna attrezzarsi perché il secondo tempo, quello veramente pericoloso, quello dove i danni si fanno definitivi  e permanenti, inverta la tendenza.

Non è che io sia in grado di dire in cosa devono consistere queste contromisure, però a orecchio sembra che parecchia gente stia recuperando, proprio grazie a questo annichilimento delle istituzioni proposto dai grillini, una cosa che si era quasi del tutto smarrita. In tanti cioè si sono accorti che una ritualità è necessaria, e che la storia della casta va un po’ ridimensionata. Sta cominciando a passare il concetto che negli stati di diritto la forma è sostanza, e che quelle che vengono denunciate come liturgie sfarzose e inutili, o derise come messe in scena da teatrino della politica, reggono un sistema che garantisce tutti, e che potrebbe impallarsi facilmente, se lo si svilisse e lo si irridesse dal di dentro. I grillini siciliani, per dire, dovendo andare a Niscemi per incontrare degli alti funzionari americani si sono accorti che l’auto blu ha un senso e una funzione, e che un conto è l’uso e uno l’abuso, e insomma perfino loro cominciano a fare dei distinguo.

Ecco, forse si può ricominciare da qua, dall’educazione civica, da questo senso vagamente sacrale delle istituzioni che in molti, per reazione a quanto sta avvenendo, stanno riscoprendo di possedere, o quantomeno di comprendere come necessario.

Questo per me resta un altro dei meriti che i cinque stelle hanno avuto e stanno avendo (di solito involontariamente), e se cominceremo a ritenere sconveniente che un Vito Crimi dia del morto di sonno al Presidente della Repubblica, provando dentro di noi una specie di sdegno per quel tipo di cafonaggine (pensando cioè: ohu, ma quello mica è tuo nonno, pezzo di porco e maleducato, è il Capo dello Stato, porta rispetto) be’, quella è una vittoria per tutti, e sarà pure un paradosso, però direi che la si potrà conseguire solo perché i cinque stelle stanno  perseguendo il loro scopo con coerenza: una cosa che in Italia nessuno era riuscito a fare per più di cinque minuti dopo l’ingresso in parlamento (vedi la fu Lega di Bossi).

Il delirio di Casaleggio e le stramberie di certi bevitori di urine preoccupano fino a un certo punto, perché tanto i tipi bislacchi in parlamento sono di casa da sempre (le interrogazioni sulle scie chimiche precedono di molto l’arrivo dei grillini). E perché oltre agli scimuniti mi pare che tra i cinque stelle ci siano anche persone normali, capaci di discorsi sensati, tipo quello che ha preso la parola alla camera per commentare le dimissioni di Terzi. E ancora di meno preoccupano i millenaristi che paventano dittature cibernetiche basandosi sulle affermazioni di Grillo: quello un comico è. Se gli togli l’audio, il gesto, il tono, la postura, l’accento, l’intentio dicendi e gli virgoletti la frase, certo che ottieni il discorso del furher, che ci vuole. Ma è un trucco. Nessuna frase di Grillo ha senso riportata su carta o pronunciata da uno che non sia Grillo. Grillo non esce mai dal format spettacolo comico di contro-informazione, (magari più che una strategia è proprio che non sa fare altro, ma non è importante) e chi prende sul serio fino in fondo quel modo di parlare o è in malafede o non è mai stato a un comizio di Grillo.

Il famoso “Arrendetevi, siete circondati” che impazza in tutti i servizi con tanto di sottofondo wagneriano era una parodia, una farsa, e farla passare per dichiarazione d’intenti da colpo di stato è pretestuoso (e lo è ancora di più nella variante pseudo razionalista usata da quelli che vogliono fare gli scafati: lo dice scherzando proprio perché è vero, che in pratica è un po’ il paradosso di Epimenide, una frase che distrugge qualunque contenuto e rende vera qualunque menzogna).

Insomma, magari per una volta bisognerebbe essere furbi e portarsi avanti col lavoro: qua, come ogni tot anni capita in Italia, c’è in giro uno che sta facendo macerie, e va bene, come al solito non siamo stati in grado di disarmarlo prima e un poco di danno lo ha già fatto. Adesso però ricominciamo subito a ricostruire le cose basilari, quelle importanti. Quali sono, è stato lui stesso a indicarlo, abbattendole per prime.

Altro che onorevole o cittadino

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A Radio Tre hanno quest’usanza che non riscontro da nessuna altra parte. Per me è così caratterizzante che quando muovo il sintonizzatore per cercare la frequenza so di avere finalmente trovato radio tre proprio da questo. Chiamano gli ospiti per nome e cognome.

A Fahrenheit è un’abitudine su cui si insiste ancora di più che negli altri programmi, però anche a radio tre mondo, a radio tre scienza, a tutta la città ne parla, a piazza Verdi, a radio tre suite non c’è conduttore che contravvenga a questa etichetta. Mi piace un sacco. Immagino che debba essere nato come un espediente tecnico: in tv quando qualcuno prende la parola parte subito il suo nome e cognome in sovrimpressione, e spesso c’è anche scritto chi è, che carica ricopre, per cosa va celebre. Alla radio l’unica possibilità è che il conduttore si rivolga all’ospite chiamandolo per nome e cognome, così chi si è appena sintonizzato ne apprende l’identità e chi è già in ascolto non se la dimentica.

Oltre a essere una cosa utile (metti che il libro che stanno presentando è bello, o che le idee di quella persona ti abbiano colpito: puoi aspettare che il conduttore ripeta il nome e te lo puoi appuntare su un pizzino) è anche un tocco di classe. Va bene, sì, forse c’è anche un po’ di affettazione in questa pratica, però in fondo, anche se fosse, è uno di quei vezzi così sobri che se non ci stai attento neanche te ne accorgi.

Certe volte sembra proprio che usino il vocativo delle declinazioni latine, una preghiera a tutti gli effetti, e nel caso degli autori o degli ospiti che io adoro fino a venerare, ci sta che è una meraviglia, e anzi io premetterei anche un bell’O tipo così: ci racconti un po’ la genesi dei questo suo ultimo libro, O Antonio Pascale.

Certe altre invece il tono è più da interrogazione scolastica, ma a scuola di solito i professori ti chiamano solo per cognome, e a radio tre invece prima del cognome dicono sempre anche il nome, quindi la tensione è mitigata, quasi sparisce, resta quest’effetto ossimorico di una vicinanza lontana tra conduttore e ospite, che subito si riverbera tra te che ascolti e loro che parlano.

La vicinanza lontana è una cosa che teorizzo da sempre, perché io ancora non l’ho capito se la gente mi piace o non mi piace, nel senso che stare in mezzo alle persone mi diverte e mi rassicura, ed effettivamente mi fa anche avvertire quel calore umano della presenza fisica che tanto ci è dolce e necessario. Però anche mi turba. E allora penso che sì, va bene, stiamo vicini, è bello, mi piace, ma non mi toccare per nessun motivo al mondo perché se lo fai tiro fuori il mio machete e ti sgozzo sul posto. E allora solo il nome sarebbe troppo e solo il cognome sarebbe troppo poco: nome e cognome è perfetto.

Che poi io mi immagino sempre che quelli di radio tre e i loro invitati si conoscano benissimo da un sacco di tempo: è facile che tra intellettuali e cervelloni si frequentino già da una vita, sempre gli stessi. Ci sta che la sera guardino la partita insieme sul divano: forse mangiano addirittura le patatine dallo stesso sacchetto, e magari qualcuno mette i piedi sopra al tavolino e l’altro gli dice ohu, maiale, almeno levati le scarpe prima, e a quell’altro gli scappa un rutto e la moglie gli dà uno scapaccione. Poi però, com’è giusto, in trasmissione, in presenza di me che li ascolto, si danno il lei e parlano come non si fossero mai visti, con quest’aggiunta del nome prima del cognome che è il marchio di radio tre.

Mi spiazza un po’ che sia sempre e solo il conduttore a rivolgersi così all’ospite. Mai nessun ospite ha completato una risposta con un Marino Sinibaldi, un Loredana Lipperini o un Maya Giudici a fine frase. E allora penso: ma non sarà una cosa un po’ da maleducati? Quello ricorda a tutti chi sei e tu invece fai finta che non esiste? Chi ti credi di essere? Invece mi sa proprio di no, e anzi dev’essere specie di gentlemen’s agreement: il padrone di casa di radio tre è sempre un tipo discreto, meno si mostra e meglio si sente, ci tiene proprio ad annullarsi per fare emergere il suo ospite, si capisce anche dal tipo di intervista che fa: non prova mai a fare bella figura con una domanda più appariscente della risposta, come fanno alle presentazioni dei libri in libreria, ma accenna qualcosa giusto per dargli l’abbrivio. E allora questo meccanismo per cui l’ospite risalta col nome e cognome e il conduttore invece non ha quasi identità è funzionale a tutto uno stile, lo stile di radio tre, che magari è un po’ snob o retrò come stile, però è uno stile, è diverso da tutti gli altri, si riconosce, risalta, e non per appariscenza o pacchianeria, ma per sobrietà e understatement.

Chissà che effetto fa agli scrittori o agli scienziati o agli invitati di quei programmi. Chi altro, nella vita, li chiama per nome e cognome?

In generale, per tutti, quanto sono poche le occasioni in cui ci è dato ascoltare il nostro nome seguito dal cognome? Alla visita militare, forse. Per chi ha fatto sport a livello agonistico, prima di qualche gara. All’appello che si faceva a scuola. E anche in queste ricorrenze, di solito l’ordine era sempre inverso: prima il cognome e poi il nome. Alle medie mi ricordo che l’appello era solo per cognome e che per conseguenza pure tra compagni di classe ci chiamavamo solo per cognome: Bandiera, Vivirito, Attardo, Rizza, Scibilia, Giudice. Soltanto quando c’erano due con lo stesso cognome sul registro si aggiungeva il nome di battesimo. In classe mia c’erano due Calvo, e allora se capitava di nominarne uno bisognava specificare quale dei due: Calvo Luigi o Calvo Marianna? Il nome veniva ridotto a una specie di segno distintivo, un espediente sul genere di quelli che attuano i genitori per far distinguere i loro figli gemelli alle maestre dell’asilo: che so, mettere un fiocchetto tra i capelli di una delle due bimbe, o posizionarla sempre sul passeggino di destra. Infatti gli unici due nomi delle medie che ricordo sono Marianna e Luigi. Gli altri li ho dimenticati oppure non li ho mai saputi.

E comunque resta il fatto che di solito se qualcuno si rivolge a noi con entrambi i componenti è in quell’ordine del tutto innaturale del cognome prima del nome. Quest’inversione non dà solo un senso di eccessiva formalità, quasi militaresca, ma trasmette anche l’idea di avere a che fare con un interlocutore un po’ ottuso: sentirsi chiamare per cognome e nome ammanta tutto di un burocratismo fine a se stesso, anzi di quel tipo di burocrazia temibile e temuta, specie quando si hanno solo le scuole basse e si rimane sempre un po’ impacciati di fronte all’ufficialità.

Infatti annunciarsi col cognome prima del nome spesso qualifica chi lo fa come poco istruito, mentre chi si presenta con l’ordine giusto appare subito disinvolto. C’è addirittura chi si firma col cognome prima del nome, e questo la dice lunga su di lui o di lei, o almeno la dice lunga a chi invece si firma prima col nome e poi col cognome. Però resta il fatto che anche se accordiamo il crisma della correttezza alla successione nome-cognome, e non viceversa, è proprio difficile che qualcuno si rivolga a noi così, per esteso e in quest’ordine.

Non voglio rifarmi alla teoria di Warhol secondo cui un quarto d’ora di celebrità prima o poi tocca a tutti, perché non è in quel senso che me lo auguro, però sarebbe bello se ciascuno di noi  potesse essere almeno una volta ospite di una qualunque trasmissione di radio tre. Così, giusto per sentire che suono abbiamo.

Questa però sì

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Con la testa lo so, che è troppo facile leggere le cose scritte da certi grandi del passato come se fossero state pensate per una situazione attuale, che la storia del ciclico ripetersi è una mezza scemenza, che ogni caso è un caso a sé, che le contingenze sono sempre diverse, e che se uno si lascia prendere dal fascino dei corsi e ricorsi qualunque testo diventa Nostradamus e gli puoi fare dire quello che ti pare. Però, quando grazie a un caro amico abbastanza colto e intelligente da fregarsene di tutte le prescrizioni di cui sopra, ho letto le righe di Brancati che adesso trascrivo ci sono rimasto come il cretino che sono.

E poi ho pensato che Brancati qualcuno l’ha condannato a essere un minore, o nel migliore dei casi uno da liquidare come datato. Invece per esempio c’è questo Diario romano (uscito per Bompiani nel 1994 e purtroppo fuori catalogo) che serve proprio a capire che anche se tutte quelle prudenze che ho provato a semplificare in apertura restano valide, l’amico mio ha ragione. Nel senso che è falso come per tutti gli altri dire che Brancati “ci vedeva lungo”. Brancati era uno che si guardava molto dentro. Ci vedeva solo profondo:

I comunisti e i qualunquisti hanno aperto sui loro giornali una conversazione cordiale. I comunisti hanno adoperato il moralismo soltanto come un’arma di lotta. Finché gli è servito a fini pratici, essi hanno individuato il male nel qualunquismo e ne hanno avuto orrore. L’aggettivo qualunquista veniva usato dai critici dell’Unità al posto degli aggettivi brutto e cattivo [...] D’un tratto nell’Unità, Togliatti passa dal moralismo al machiavellismo [...] e dichiara che si può discutere con Giannini e studiare con lui i punti di probabile accordo. Si è iniziata così la discussione tra l’Unità e il Buonsenso assistendo alla quale gli ultimi mazziniani d’Italia fanno la figura delle zie provinciali confinate in un angolo della sala mentre i loro nipoti ballano il più moderno e sfacciato dei balli. Ma io sono per queste nobili zie, infinitamente più giovani dei loro nipoti.

Brancati prima di scrivere articoli come questo si dava sempre una controllata davanti allo specchio, perciò oltre a sapere cosa stava succedendo in Italia sapeva anche un sacco di cose su se stesso: sapeva di essere un passionale, e quindi stava attento a ragionare sopra le cose. Sapeva di essere stato un fascista, e quindi stava attento a non lasciarsi più irretire da niente e nessuno (diceva che la società chiede agli intellettuali di essere asociali, cioè di stare alla larga dai coinvolgimenti, di rimanere abbastanza distanti da poter osservare: l’opposto della militanza che di lì a poco parecchi suoi colleghi avrebbero intrapreso).

Quando scrisse quel paragrafo era il 1947, e lui viveva a Roma. Si era sposato con Anna Proclemer, e si era allontanato dalla Sicilia, forse proprio per vederla meglio. Pubblicava sul Corriere o su Epoca articoli in cui si esercitava con scrupolo nell’arte più difficile per un italiano: quella di controllarsi lui prima di controllare gli altri. Quando diceva che il tipo più comune nella penisola era il fanatico, Brancati sapeva quanto la cosa lo riguardasse. L’italiano (lui diceva il siciliano) si ammala di se stesso: riesce a essere contemporaneamente la febbre e il febbricitante, la sofferenza e la cosa che fa soffrire. E non è che si guarisca mai da sé stessi. Però si può convivere con la malattia, riconoscerla, lenirla, curarla. Forse è per questo che in uno di questi articoli Brancati se la prende un po’ con quegli italiani che la malattia non se la curano per niente e anzi, in virtù della loro purezza, pretendono di fare l’ errata-corrige al mondo, senza sapere che la Tolleranza è una virtù ammirevole, tranne nei casi in cui tollera l’ Intolleranza.

La vista lunga che quel paragrafo (o questa frase) sembrano suggerire è in realtà una vista cortissima: Brancati sta guardando solo quello che gli capita sotto al naso, qualunquisti e comunisti, roba fresca di giornata, effimera. Però la guarda in profondità, è concentrato, in allerta.

La prefazione all’opera omnia di Brancati la scrisse Leonardo Sciascia. Si intitola Del dormire con un occhio solo, una cosa che Brancati diceva di se stesso: La notte dormo con un occhio solo, come il custode della casa già visitata dai ladri.

Questa frase, se uno non ci sta attento può scambiarla per la variazione di un vecchio adagio siciliano: “Sant’Agata prima se la rubarono e poi gli fecero le porte di ferro”. Come a dire rimedi tardivi, inutili. La casa è già stata visitata dai ladri: dormi, tanto ormai il danno è fatto. Invece la frase di Brancati è una frase bellissima perché pace non te ne dà. Non importa se hai perso tutto, perché l’essenziale non è che Sant’Agata se la sono rubata, ma che tu devi imparare a rimanere sempre sveglio. Non puoi prevedere se e quando torneranno i ladri, però puoi farti trovare pronto. Perché del resto puoi pure fare le porte di ferro, ma le contromisure definitive non esistono. Le cose capitano e ricapitano in continuazione, e anche conoscendole (e conoscendosi) non si possono prevenire. Si può solo lavorare su di sé. Dormire con un occhio solo.

brancatiantonia

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